Letter to You

Bruce Springsteen

Columbia Records, 2020

Rock

Quando Bruce Springsteen ha pubblicato Letter to You sono stato tra i primi ad ascoltare l’album. Mi sono immerso nella musica e poi mi sono ritratto; ho letto l’ondata di commenti e recensioni, alcune tra le quali davvero illuminanti, e ho aspettato. Ho lasciato che le parole del Boss si sedimentassero, che l’album divenisse una figura familiare, perdendo sicuramente il flusso che ogni buon giornalista dovrebbe seguire. Sono rimasto in silenzio a riflettere, non intendevo salire sulle spalle di un gigante, mi sembrava di poco rispetto godere di un’incerta luce riflessa.


All’interno della discografia springsteeniana cogliamo la magia di un uomo che è onesto con sé stesso e il suo pubblico, è per questo motivo che assistere a un live di Springsteen è un’esperienza diversa da qualsiasi altra cosa possa mai capitare – ricordo ancora il mio primo concerto a San Siro con la E Street Band come un momento mistico. Tanti artisti possono avere fan sfegatati, tutti possono avere una momentanea ondata di gloria ma pochi possono creare una religiosità. Bruce è un fuorilegge alla Hugo Pratt, un Corto Maltese con la chitarra, e le canzoni di Letter to You sono un miscuglio di sensazioni e stati d’animo d’amore, malinconia, riflessione e speranza. Il disco è completamente personale e per questo estremamente vero, ci trasmette qualcosa perché ha veramente qualcosa da dire.

Eccomi a scrivere di Letter To you quando l’alta marea è passata portandosi via le orme e lasciando canzoni. 12 canzoni, 60 minuti, registrate in presa diretta, live in studio con il sound della E Street Band a costruire un rock potente perché Springsteen più la E Street Band è un connubio potente e impavido, vigoroso e sentimentale insieme. L’album è un classico prodotto del Boss e arriva in un momento duro, con messaggi di dolore, speranza e amore come successe con The Rising. L’artista parla al suo pubblico, dialoga con l’ascoltatore e ci dimostra perché è e rimane uno degli ultimi veri demiurghi del rock’n’roll.

Bruce Springsteen & The E Street Band at New Orleans Jazz & Heritage festival- 2012.
Autore: Takayro Kyono


Letter to You è sia il nome dalla title track che dell’album, per questo possiamo leggere il tutto con due chiavi di lettura diversa: come titolo è rivolto a tutti i fan, un richiamo, una voglia di riunirsi con chi ha il giusto feeling con i suoi sound. Non a caso meet me ritorna spesso all’interno dell’album; la canzone è una splendida lettera d’amore alla musica e alla vita che nella mitologia di Springsteen sono due singolarità specifiche biunivoche.

C’è un preciso intento in questo album, ovvero creare una connessione che incoraggi il suo pubblico trasmettendo un pensiero estremamente intimo e una riflessione personale sulla vita e sulla mortalità. Il disco, con la canzone iniziale e con molte altre, ha una intro di Springsteen solista e poi la E-Street Band si innesta nel sound, lo arricchisce ci rende partecipi perché il momento attuale è quello giusto per fare un bilancio, provare forse tristezza ma non resa, possiamo sentirci persi ma incontrando Springsteen – meet me – ci accorgiamo di non essere soli, di far parte di una grande famiglia e che se amiamo la musica forse soli non lo siamo mai stati.

Cercando tra le canzoni troviamo “House of Thousand Guitars” dedicata al rapporto esclusivo che Springsteen ha con il suo pubblico. È un po’ malinconica, ma il Boss ci ha insegnato che se ci riuniamo tutti insieme e se troviamo un posticino dove si suona buona musica e le chitarre rombano, abbiamo una speranza, un luogo di pace, un piccolo paradiso in terra per chi ha fatto del rock’n’roll una religione. La musica è quel luogo dove possiamo trovare rifugio, uno spazio personale ma allo stesso tempo condiviso.

Well it’s alright yeah, it’s alright
Meet me darlin’ come Saturday night
All good souls from near and far
Will meet in the house of a thousand guitars

In questa canzone, in questi pochi versi, Springsteen condensa tutti i topoi tipici della sua discografia, tutti i temi cari ritornando a chiudersi tutti insieme, e noi non dobbiamo far altro che alzare il volume e ascoltare attentamente le sue parole.

“House of Thousand Guitars” è una canzone splendida che semanticamente ci porta a “Ghost” un racconto potente sulla mistica del concerto come momento aggregativo è un momento che ci trasporta in un complesso sistema di valori sociali aggregativi e di resistenza agli urti della vita quotidiana. Come rockstar internazionale e come uno dei migliori performer al mondo, Springsteen tutto questo lo sa, ha ben presente la specificità di questa forma d’arte di scavalcare ogni confine impattando con il singolo in maniera diretta e personale. Perciò ne canta: è il nostro demiurgo mistico.

L’album estremamente radicato nel presente contiene un core interessante di vecchie canzoni, scritte in tempi giovanili, che non hanno mai trovato posto nelle pubblicazioni precedenti. Vediamo quali sono: “Song for the Orphans”: scritta nei primi anni del 1970 e una versione era già stata incisa in un demo probabilmente nel 1972. Il sound, l’attacco con l’armonica si ispirano liberamente a quello del Bob Dylan degli anni di “Blonde on Blonde”. “If I Was a Priest” è una canzone dal testo corposo, venne scritta da Bruce durante gli anni Settanta, possiede infatti una lunghezza insolita rispetto alle canzoni scritte per la rotazione in radio; dura sette minuti, ha un grande assolo di chitarra e una chiusura con l’armonica potentissima. Fu usata da Springsteen per presentarsi a John Hammond, l’uomo che lo mise sotto contratto, e che aveva già prodotto Aretha Franklin e Bob Dylan.

Bruce Springsteen & The E Street Band at New Orleans Jazz & Heritage festival- 2012.
Autore: Takayro Kyono

“Janey needs a shoter” chiude il cerchio delle canzoni incise durante gli anni Settanta. Una ballata elettrica scritta precisamente nel 1972. Le chitarre di Steven Van Zandt e Nils Lofgren si rincorrono mentre Max picchia la batteria come un fabbro e mantiene il ritmo, il piano arricchisce il sound e sembra subito di ritrovarsi nel periodo migliore di “Born in the USA”.

Well janey’ s got a doctor who tears apart her insides He investigates her and he silently bates her sighs He probes with his finger but he knows her heart only through his stethoscope Hands are cold and his body’s so old Janey turns him down like dope

canta il Boss e questa canzone in particolare in cui ci parla di uno Springsteen in splendida forma compositiva. È una canzone dura che narra di una donna irrimediabilmente sola attraverso la figura retorica di una visita ginecologica: il rapporto tra uomo, donna e sesso è stravolto da Bruce, diviene un atto impersonale, asettico e disturbante, come una visita ospedaliera; riusciamo così a empatizzare ancora di più con Janey e davvero pensiamo che possa aver bisogno di uno shooter, un pistolero dallo sguardo di ghiaccio e la mano svelta per proteggerla.

Come afferma Alessandro Portelli in Badlands le canzoni che Bruce Springsteen canta hanno sempre l’età che ha lui, ed è evidente che questo album sia un album introspettivo, figlio di una riconsiderazione della vita alla luce degli anni compiuti dalla rockstar e che attraversi momenti cupi, eppure riesca a mantenere la freschezza necessaria per accattivare. Il sound della E Street Band è straordinario, l’alchimia di gruppo è quanto di meglio potevamo sperare e soprattutto Bruce non si smentisce, non mente, e le sue canzoni ci arrivano complete, forti e riescono a scuoterci con i temi tipici del rock, con le chitarre, con il sogno indistruttibile di una rockstar che nel 1984 cantava:

Well, we made a promise we swore we’d always remember
No retreat, baby, no surrender
Like soldiers in the winter’s night
With a vow to defend
No retreat, baby, no surrender

E ancora oggi continua a pensarla così… noi dovremmo essergliene grati.

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