Motel Life

Willy Vlautin

Jimenez, 2020

Willy Vlautin con Motel Life ci porta in un libro oscuro: il negativo fotografico della fiaba di Peter Pan. L’autore compie un viaggio diverso dai suoi colleghi Cohen e Smith e arriva alla scrittura letteraria dopo esser stato cantante, chitarrista e songwriter dei Richmond Fontaine – oggi fa parte della band The Delines. È un chiaro esempio di come musica e letteratura siano due arti che si compenetrano, collegate in maniera tangibile.

La trama e lo stile narrativo di Motel Life sono semplici e asciutti, senza fronzoli e orpelli, perfetti a rappresentare ed evocare il mondo che l’autore vuole descrivere in modo crudo e spietato. Racconta con semplicità e senza toni concitati e con una tenerezza che rende partecipativa l’attività emozionale del lettore.

La partecipazione del lettore alla storia è il vero punto di svolta di questo romanzo breve e viene resa possibile dalla delicatezza della prosa che crea un contrasto con la cruda realtà dove i protagonisti e i comprimari della storia si muovono cercando di non affogare, dove la sola cosa importante è preservare l’unica forma di umanità che resta, ovvero il legame familiare che i due fratelli, Frank e Jerry condividono.

“Dagli un posto in cui fuggire, dagli speranza. La speranza è la chiave. Si può inventare quel cazzo che si vuole, non è contro la legge. Inventati un posto in cui tu e tuo fratello potete andare quando vi pare. Magari non funziona, magari sì. Provarci non costa niente” (cit p. 82)

Motel Life è fatto di momenti spaccati e piccoli viaggi nel tempo. Ho adorato le storie che Frank inventa e racconta all’interno della cornice della vicenda, un alternarsi di momenti diversi e semplici da leggere. Perfino i capitoli sono dei quasi racconti, piccole isole che bastano da sole ma che collegate l’una all’altra creano una storia malinconica a tratti, estremamente veritiera in altri, che ben racconta una parte della periferia americana dove il sogno è fallito e anche il mito della working life, la mobilità ascensionale, quel movimento verso l’alto, è bloccato, precluso ai personaggi che si alternano nella storia. Resta il sogno alternativo, la mobilità verso altri luoghi, la fuga verso la notte sulla strada, un tema molto caro a poeti del rock come Springsteen o Waits; i fratelli provano a scappare e Frank ci racconta storie che narrano di fughe, di muoversi via quasi con la malinconia di una canzone di Tracy Chapman.

You got a fast car

I want a ticket to anywhere

Maybe we make a deal

Maybe together we can get somewhere

Any place is better

Starting from zero got nothing to lose

Maybe we’ll make something

Me, myself, I got nothing to prove ( Fast Car, Chapman)

Il viaggio dei fratelli, sia quando messo in atto che quando semplicemente postulato nei racconti di Frank, è un mondo di evasione dalla stagnazione mortale, un gesto di ribellione che comunque rimane illusorio poiché i protagonisti non riusciranno mai a mettere a posto la situazione. La loro fuga non approderà mai a lidi migliori.

Ogni movimento in fuori è seguito da una risacca che li riporta verso il luogo di partenza, le loro fughe non sciolgono nessun nodo, per loro e per tantissimi americani anche il vecchio mito della frontiera da conquistare è naufragato.

Vlautin ha la storia in pugno e riesce a rimandarci questa idea di sconfitta, questo studio pietoso sull’autolesionismo umano portato dall’immobilità e dalla stagnazione in diversi modi; non è un caso che le disavventure di Frank e Jerry inizino con un tracollo iniziale, per il quale la loro vita si mette definitivamente su di un binario morto e parta dalla volontà di prendere al volo un treno, un treno che però reca disastro e fallimento: non riusciranno mai a prenderlo quel treno e Jerry anzi perderà la gamba.

Quale immagine più struggente di questa? Non esiste nessun mystery train, il treno non passa per nessuno, non porta in nessun luogo, anche questa bellissima metafora della fuga, della possibilità di una vita nuova tanto cara alla mitologia degli Stati Uniti viene spezzata. Per di più qui si inserisce il reale: la vita che inghiotte e distrugge, con un sistema sanitario impietoso che fagocita tutti i soldi di due giovani orfani.

Eppure il mito della mobilità verso una frontiera diversa c’è e sarà Annie a dimostrarlo, tagliando i ponti con il passato, agendo in prima persona e prendendo la propria vita in mano. Annie è l’unico personaggio dell’intera storia a compiere una consapevole scelta verso l’autodeterminazione; pur spinta da una condizione familiare e sentimentale disastrosa, riuscirà a farcela, a guadagnare un lavoro e a emanciparsi da una vita fatta di miseria, alcool e, nel suo caso, prostituzione minorile.

La sua figura entra nella storia dirompente, pur senza apparire di persona fino all’ultimo. La vediamo attraverso i ricordi di Frank e la scena dove i due si stringono in una stanza di motel e lui sogna per lei e attraverso un racconto una via d’uscità dallo squallore è concessa, poiché a questi due fulgidi esempi di proletariato il sogno è quasi sempre l’unica via permesse. Un momento tenerissimo nella sua semplicità: a mio avviso il migliore di un bel libro. Poche pagine che da sole valgono tutta la storia.

Sono molto belli i disegni riprodotti sopra i capitoli, piccoli e iconici dovrebbero ricalcare quelli di Jerry: abile con le matite, sfortunato nella vita. Forniscono un impatto visivo alla storia e ne aumentano l’emotività. I disegni risaltano benissimo sulla carta spessa del libro scelta dalla casa editrice Jimenz. Spessa e di qualità, vira dolcemente sul giallo così da rendere agevole la lettura e non disturbare la vista. Questo è un ulteriore segno del bel lavoro della casa editrice.

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