Fabio Mora

Nel duo Mora & Bronski le acque fangose del Mississippi si mescolano con quelle del Po creando una commistione estremamente interessante ed evocatica. Fabio Mora è la voce del duo e in questa intervista ci spiegherà come si gioca con le carte e si riesce a rimanere spontanei e vitali.

Che tipo di influenze hanno le tue passioni, di qualsiasi genere, sulla scrittura dei testi delle canzoni?

Moltissime… Tutto quello che mi circonda è frutto di creatività. Amori, libri, film, fumetti e ammennicoli vari, hanno sempre contribuito a nutrire la mia fantasia, di conseguenza la mia cultura di bambino prima e di uomo poi. Come ho sempre detto, prima di essere un artista sono una persona, con i suoi dubbi e i suoi perché e tutto questo l’ho sempre trasferito poi nella mia scrittura. Credo che una delle cose che paghi di più sia l’essere onesto verso chi legge, trasparente; non è sempre facile, ma così facendo si riesce a collegare un ponte con chi ascolta, a far arrivare il tuo cuore.

I brani in italiano di Mora & Bronski sono ballate che evocano immagini e sensazioni con un pizzico di surreale; perché l’esigenza di veicolare il messaggio in questo modo?

Non è una scelta, è la nostra scrittura. Libera da qualsiasi vincolo mediatico e non. È stato tutto molto naturale, uscire dagli schemi, liberare la propria anima, la propria poesia. Trovo che nelle nostre canzoni si respiri la nostra terra, le nostre radici, quelle leggende che nascono nella nebbia, tra i pioppeti, sulle rive del Po… bene o male, questo mondo ha un suo non so che di surreale no?

Fabio Mora ascolta e supporta le band dei colleghi? Ne preferisci alcune rispetto ad altre?

Certo! L’ho sempre fatto e lo farò sempre. Anche se ad un certo punto può rischiare di diventare un circolo vizioso il fatto di conoscere molti musicisti implica simpatie più o meno forti, e può sembrare scontato che si debba fare con tutti e in tutti modi. Io su questo sono molto sincero e severo, trovo che ci sia del bello in tutte la band e gli amici musicisti che conosco. Poi, chiaramente ho le mie preferenze che cerco di dichiarare con molta delicatezza per non scontentare o deludere qualcuno. 

Come interagiscono Mora & Bronski? Come riuscite, sul palco e in studio, a far emergere entrambe le personalità?

Se ti dicessi che comunichiamo a grugniti e sguardi ci crederesti? Eppure, è così. Sono anni che lavoriamo assieme sia dal vivo che in studio e abbiamo raggiunto un equilibrio meraviglioso. C’è un profondo rispetto e una buona consapevolezza dei pregi e difetti di uno e dell’altro. Sul palco prevale un profondo istinto, suonando assieme da anni, conosciamo i nostri confini e i momenti dove tendiamo a espanderci. In studio invece lavoriamo veramente quasi senza parlare, usiamo monosillabi e pause che dicono molto più di mille parole… abbiamo trovato, come si dice, la nostra quadra ed è una cosa che custodiamo come un tesoro.

Il blues per voi è un genere o uno stile di vita e una cultura che abbracciate? Perché questa scelta peculiare?

Cos’è il blues? Possiamo noi veramente comprendere cos’è il blues?

Io lo identifico in un’emozione. Un grande amore, una profonda malinconia, frustrazione o rabbia. Con la capacità di affrontare le cose con dignità, nonostante condizioni avverse. Emozioni e sensazioni universali, in cui, chi più chi meno, ci ritroviamo tutti. È l’unico modo che conosciamo per raccontare quello che sentiamo e che cerchiamo di comunicare, indossando il tutto con molta naturalezza.

Alla fine, cantiamo della vita.

Non crediamo sia molto distante dal seme che fece germogliare il primo frutto…

Non è stata una scelta: è così.

Agli inizi lavoravi tutto il giorno portando con te un block-notes per scrivere le tue canzoni e la sera gridavi al mondo il tuo bisogno di avere uno spazio dove esprimerti fino a notte fonda in un ciclo continuo di lavoro e musica, cosa ti spingeva?

Non saprei… come la risposta sopra, era così è basta. Dormivo poco, mangiavo da schifo, bevevo molto e guidavo di notte… adesso, col senno di poi, mi trovo a volte, a riflettere, che in alcuni casi, sono stato molto fortunato. La possibilità di risvegliarsi il mattino dopo, non era così scontata. Ma stare in giro e come dici tu, gridare al mondo il mio qualcosa, era, è un’esigenza naturale, come respirare.

Dovevo andare…

Devo.

I vostri album, soprattutto 50/50, non sono solo blues. Contengono commistioni e suggestioni di sound che pur essendo diversi si integrano perfettamente nel suono del duo; come ci riuscite, e soprattutto, da dove nasce l’idea?

È stato tutto molto spontaneo: io e Bronski siamo da sempre divoratori di suoni e di stili differenti di musica e fortunatamente siamo ancora molto curiosi. Tutto quello che abbiamo fatto è aprire le porte di un nostro sentire e metterlo nero su bianco. Istintivamente, tutto quello che abbiamo metabolizzato nel tempo è venuto fuori. Fin all’inizio era chiaro che volevamo raccontare qualcosa, il fatto di reinterpretare alcuni classici del blues – un mondo in cui entrambi ci sentiamo a nostro agio – era una scusa per permetterci di farlo poi, in maniera diversa, con una nostra visione, con un nostro stile, ma soprattutto con la nostra voce. Lo abbiamo fatto per gradi, cd dopo cd, ma era quello che volevamo sin da subito.

Canti in tre lingue: italiano, inglese e francese, come interprete sei poliedrico; apprezzo tutte le tue incarnazioni – anche se prediligo la verve evocativa di quando ti esprimi in italiano – e volevo sapere: dove nasce la scelta del francese per alcune delle vostre canzoni?

Non poteva essere altrimenti, mia madre è francese! Non vedevo l’ora di poter esprimermi anche in questa mia seconda lingua, lo aspettavo da tempo. Sicuramente l’italiano è la lingua che mi permette di arrivare a più persone, ma con Mora & Bronski non ci poniamo limiti di comprensibilità, lasciamo che sia l’intenzione, l’espressione a convogliare il nostro modo di suonare facendo arrivare il tutto al cuore delle persone. Canto anche in diversi dialetti nazionali: in 50/50 affrontiamo un classico della tradizione sarda “No potho reposare”, e a un concerto in Sicilia abbiamo suonato un brano, sempre in dialetto, di Rosa Balestrieri che probabilmente inseriremo nel nostro prossimo album. Amo le lingue, il suono esotico di parole che non conosco mi ha sempre attirato e affascinato. Quale mezzo migliore se non quello della musica per farlo?

Oggi gli artisti e le etichette guadagnano più dai concerti che dalla vendita di un cd e questo ha costretto molti a confezionare un “lavoro”, un album pronto e orecchiabile anche se non sempre artisticamente completo, pur di andare in tour, spesso senza le ossa per essere artisticamente onesti sul palco: cosa ne pensi di questa evoluzione del music business?

Da quando faccio musica, ho sempre incontrato prodotti “veri” e prodotti fatti a tavolino. A volte gli artisti si fanno schiacciare dalle esigenze discografiche, altre volte anche dal proprio ego, pensando di avere sempre qualcosa da dire o comunque bisogno di stare sul mercato. Se si parla di nuove leve, queste spesso hanno poca voce in capitolo, o meglio: pochi hanno le palle per mettere voce sulle decisioni di un’etichetta… quindi si trovano poi – vuoi per la voglia di buttarsi nella mischia, vuoi per poco polso nel farsi intendere – costretti a seguire linee poco rispettose di un buon percorso per formare un artista. Consideriamo il fatto che al momento i dischi non si vendono più e le case discografiche hanno fatto accordi o comprato le agenzie di spettacolo per cercare di portare a casa il guadagno, e il gioco è fatto. Gli artisti vengono dati in pasto alle iene prima di avere una preparazione o un’esperienza tale da poter essere in grado di ammaestrare le belve.  

Siete professionisti all’interno del settore da anni, è cambiato il modo di promuoversi da quando vi siete affacciati alla musica suonata ad oggi? Penso per esempio all’introduzione di Spotify e dei canali online che hanno cambiato il mondo della promozione: da John Mayer, che ha diviso il suo album “Search From Everithyng” in due parti creando una release online gratuita prima delle vendite, fino ai Metallica che si sono esibiti a pagamento su Second Life con i propri avatar.

Assolutamente sì! La musica è cambiata come è giusto che sia, e sta seguendo un’evoluzione commerciale in modo esponenziale! Quello che è difficile è trovare “sempre” prodotti di buona qualità. Con la rete, tutti, e dico proprio tutti, possono essere artisti, musicisti, poeti, filosofi, etc. E soprattutto tutti possono vendere i propri dischi o comunque prodotti personali. Tutto questo causa una saturazione del mercato… io stesso, fatico a starci dietro. Devo anche ammettere però che il web dà anche la possibilità, a chi ha dei numeri, di potersi far conoscere senza avere le spalle coperte o contratti discografici. Io stesso comunico e condivido i miei progetti anche indipendentemente, questo mi permette di entrare in contatto con persone e realtà che spesso mi aiutano a crescere artisticamente. Come anche solo questa chiacchierata che mi consente di arrivare a più persone. Sotto questo aspetto, trovo sia una buonissima cosa. Sul “gratis” della musica invece, non trovo sia un’idea vincente… ma qui, potremmo disquisirne per giorni.

A bruciapelo: nomina tre artisti o band che avrebbero potuto scrivere la colonna sonora della tua vita tra infanzia, adolescenza e presente.

Hmm della mia infanzia, sinceramente ricordo quello che girava sul giradischi di mio padre, quello che cantava mia madre o quello che passava dai mangianastri dei miei fratelli. La musica era sempre nell’aria, ma non ho legato con nessun nome in particolare. Se penso ad allora, ho ancora bellissime sensazioni. Ho cominciato tardi nonostante i precedenti segnali, ad accorgermi di vibrazioni, di suoni e di quello che mi facevano provare.

Sicuramente nell’adolescenza mi sono rifatto! Ho un gruppo che da sempre scuote le mie viscere e penso possa essere perfetto per tutte le mie ere… sì, a tutt’oggi, i Black Sabbath, sono la colonna sonora della mia vita.

Cosa ne pensi della situazione attuale? Senti che il coronavirus abbia penalizzato il settore dell’arte e della cultura? Da artista professionista puoi spiegarci la situazione meglio di altri.

Beh, è sotto gli occhi di tutti… ed è tostissima. Per la prima volta, la gente comune ha capito che fare il musicista potrebbe essere un lavoro. Questo non cambierà le cose ma, adesso, quando discuti con qualcuno che ti elenca le sue difficoltà e tu gli dici che sei un musicista, ecco, quella persona abbassa lo sguardo. A parte gli scherzi, la categoria dello spettacolo è veramente in ginocchio, c’è una grossa difficoltà a capire e interpretare leggi e regole in ogni settore, ma nel nostro è veramente il caos. Ognuno le interpreta a suo modo e dare una spiegazione intelligente e sensata non è per niente semplice.

Sinceramente? Non credo di avere le competenze né i mezzi per farlo.

Una curiosità personale: uno dei più grandi artisti italiani, Hugo Pratt, aveva una connessione speciale con la Francia, nel vostro bluesautorato sento qualche influenza che rimanda al caustico e malinconico sguardo sul mondo di Corto Maltese e alla sua vita da vagabondo e sognatore… è solo una coincidenza?

Che bellissima domanda!

E che bellissimo abbinamento!

Corto Maltese e Mora & Bronski! WoW!

Nonostante la mia vita si intersechi continuamente col mondo dei fumetti, credo Che Mora & Bronski siano più vicini alla definizione “caustico e malinconico sguardo sul mondo”, che altro!

Poi, anche vagabondi e sognatori, come immagino molti di quei bluesman che attraversavano orizzonti e confini, alla ricerca di un’idea, di un suono, di un colpo di fortuna…

Ecco, sì, il nostro Bluesautorato è un miscuglio di tutto questo, e molto altro ancora. Ma non è così che succede quando tieni le antenne dritte e ti lasci pervadere da esperienze e situazioni che trovi lungo il tuo cammino? Le casualità, le coincidenze, le cose non programmate rendono la vita interessante, piena. Questo ci dà la possibilità di arrivare pronti, se mai si possa arrivare pronti, al gran finale.

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