Royal Tea

Joe Bonamassa

Mascot Label Group – Provogue, 23 ottobre 2020

Blues Rock

Royal Tea è il nuovo album di Joe Bonamassa. In questo lavoro il chitarrista americano mantiene una rotta salda dimostrando, ancora una volta, quanto affermato con Blues of Desperation: non è solo un titano della sei corde, ma un artista che ha smussato ogni asperità trasformando i suoi lavori in completi esempi di arte musicale. Royal Tea fa convivere in sé le multiple sfaccettature del rock blues inglese e già per questo sarebbe un album incredibile da sondare. Reputo estremamente interessante il lavoro fatto dall’artista che riesce a far convivere così tante realtà musicali all’intero delle tracce di un album costruendolo come un coerente viaggio attraverso il blues sound; per molti versi, chiunque avesse provato a fare qualcosa del genere oggi avrebbe prodotto un’accozzaglia sonora senza capo né coda. Bonamassa, invece produce tracce inedite.

L’overture “When One Door Opens” è un power blues pieno di overdrive chitarristici che sanciscono definitivamente cosa dovremmo aspettarci dall’album: mettono le cose in chiaro e ci consigliano di drizzare le orecchie e prestare la nostra attenzione a ciò che verrà. In “Royal Tea” il suono cambia, si evolve mentre Joe utilizza la tipica struttura blues del call and response tra la sua voce e la sei corde che ha tra le mani, con l’introduzione di un ulteriore botta e risposta tra la voce solista e il coro in un sistema musicale di ampio respiro dove l’organo di Reese Wynans, membro fisso della band, si incanala alla perfezione nel sound regalando alla traccia spessore.

Le giravolte di suono che citano senza sporcarsi di riproposizione di Royal Tea ci donano canzoni agli antipodi come “I Didn’t Think She Would Do It” e “High Class Girls”: la prima è un power blues con influenze metal, soprattutto nel suono di certi assoli, una commistione davvero buona che risente del sound dei Whitesnake, richiamati in questo album anche dalla collaborazione con il loro chitarrista Bernie Marsden. La seconda ha un ritmo che ricorda intensamente “Green Onions” di Booker T. & The MG’S e ancor di più le riproposizioni originali di quel sound nei Pub inglesi mentre il blues colonizzava Londra; qui Joe si lascia andare e dalla sua chitarra scorre agile un po’ di vecchio blues, ancora sontuoso e sostenuto dalle linee di basso.

Ascoltare Royal Tea è stato come immergermi in strane atmosfere, strane certo, ma estremamente invitanti. Un viaggio nella tradizione musicale del rock britannico e insieme nella vita e nelle esperienze di Joe Bonamassa; ne è epitome “In A Conversation With Alice” dove il chitarrista strizza l’occhio a un topos letterario inglese come Alice in Wonderland per aprirci uno spiraglio nella propria vita. Alice, infatti è il nome di fantasia che il bluesman dà alla propria terapista, una persona con la quale si è aperto per conoscere meglio sé stesso e tenere a bada alcuni blue devils:

I came to the conclusion that I was unrepairable and that the crazy in me makes me good at my job. I like being good at my job.

Afferma il chitarrista con ironia. Continuando l’esplorazione sonora del mondo che è stato costruito per noi, troviamo “Lonely Boy” che assomiglia tantissimo a un blues di metà anni Cinquanta inizio Sessanta ritmato. I fiati e il piano boogie woogie di Wynans ci trascinano in un vecchio e fumoso locale “Jive and Swing” mentre la chitarra di Joe ci delizia facendo di questa canzone una delle più belle e divertenti dell’intero album; “Why Does It Take So Long To Say Goodbye” una grande ballata, lenta e morbida dove la chitarra è protagonista ma con un suono peculiare che diventa romanticamente struggente negli assoli, e “Beyond The Silence” in assoluto la mia preferita, che soltanto per onore di cronaca è bene designare come la più statunitense delle tracce per atmosfere e sound. Probabilmente la miglior canzone dell’album con la sua atmosfera particolare, il piano di Wyanan e la prova straordinaria di Joe Bonamassa alla voce ci regalano un’atmosfera alla Flannery O’Connor di struggente catastrofe imminente, in poche parole semplicemente fantastica.

Arrivati alla fine del viaggio, posta proprio al termine dell’album, troviamo “Savannah” che con il suo sound dovrebbe distruggere tutta la coerenza sonora dell’album e invece ne risulta impalcatura portante. È una roots ballad con contaminazioni gospel che sembrano volerci trattenere ancora in quel mondo e incidentalmente ci mostrano quello che avrebbe potuto essere John Mayer se avesse preferito la musica ai lustrini del pop e al ripianto per l’amore perduto Katy Perry.

Royal Tea dalla location della registrazione, i leggendari Abbey Road Studios, all’artwork che richiama i coperchi dei peculiari barattoli di the inglese, per arrivare alle influenze nei suoni della chitarra e nelle ritmiche dell’album, ci rende chiaro che Joe Bonamassa è un bluesman inglese che ha subito influenze striscianti dalla madrepatria a stelle e strisce e non viceversa e ci rende chiaro come la forza centripeta di questo guitar hero nel blues di oggi sia assoluta: all’album collaborano infatti il chitarrista dei Whitesnake, Pete Brown, ex paroliere dei leggendari Cream e l’ormai inossidabile partner in crime Reese Wynans che ha suonato con i più grandi bluesman e fatto parte dei Double Trouble la band che ha contribuito a rendere grande Stevie Ray Vaughan. Non credo che questo album possa essere adatto a tutti, bisogna amare visceralmente il blues per poterlo apprezzare e sapersi godere le contaminazioni che rivitalizzano il genere ma, se fate parte di quella schiera che come me si ritrova a proprio agio con questa definizione amerete il long play.

Joe Bonamassa al Samstag (05.03.2016).

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