La filosofia di Jimi Hendrix

Viaggio al termine del mondo

Alberto Rezzi

Mimesis, 2020

Purple Haze rappresenta un condensato di quasi tutto ciò che Hendrix avrebbe poi sviluppato e affinato nei pochi anni successivi […] rappresenta la prima pietra fondativa della creazione di un nuovo mondo sonoro: a inizio 1967 […] al mondo nulla ha il sound di Purple Haze (cit. p. 44)

Un libro ben scritto e scorrevole con una struttura concepita per renderne più agevole la lettura: una prima parte narrativizza la storia della vita di Hendrix e dove le nozioni biografiche, come la spasmodica passione per la fantascienza, servono a porre in chiaro dei concetti così come la successiva premessa filosofica aiuta il lettore e lo rende in grado di sfruttare le “lezioni di filosofia” che Alberto Rezzi immette in La Filosofia di Jimi Hendrix. Viaggio al termine del mondo. Interessante l’idea di un libro che scavi a fondo nella politica dello show e del songwriting che lasci il campo giornalistico o dell’aneddotica per cercare di sviscerare il tema della creazione artistica svolgendo una ricerca speculativa e colta che, decostrutturando Jimi Hendrix come uomo e artista e le sue performance, sfugge alla semplificazione mitica.

Un’ottima intuizione quella dell’autore poiché ci narra di un uomo e gli conferisce valore, studiandone attentamente le mosse sotto una luce critica facendone emergere nitidamente la capacità di immaginare e creare mondi con e attraverso la musica. L’esempio più chiaro di quanto sto dicendo lo si può trovare a pagina 49 del libro, dove Rezzi, con un lavoro di ricostruzione filologica, lega gli elementi fondamentali del mondo alla simbologia del fenomeno della sei corde tramite lo spoglio delle canzoni, con riferimenti chiari e precisi: il mondo filosofico dell’artista si è tradotto nella sua arte. Un’opera artistica che può essere studiata come un’attenta e non casuale costruzione di mondi attraverso linguaggi sonori, musicali, corporei racchiusi in un preciso sistema simbolico ricorrente e ricorsivo dove l’esecuzione diventa il messaggio che s’intende comunicare, in una visione consapevole di quanto in quegli stessi anni McLuhan stava postulando: il medium è il messaggio. Leggendo compiamo un viaggio narrativo e speculativo attraverso l’arte di Jimi, Rezzi muovendosi con estrema grazia e rispetto, con il piglio dello studioso, ci rivela le sue teorie affascinanti che non indagano solo il rapporto con il testo ma anche con il suono e le sue sovrastrutture di senso.

È sufficiente soffermarsi su pochi elementi, alcuni più strettamente musicali per capirlo, a partire dalla famosa intro giocata sul particolare intervallo di tritono, qui suonato su due diverse ottave da basso e chitarra e noto in passato per essere stato proibito dalla Santa Inquisizione: in forza della sua estrema dissonanza, infatti, suonava come evocativo del diabolico (cit. p.45)

Nella visione di uomo che il libro ci riporta, possiamo forse ravvisare o scoprire un’artista che assegnava un ruolo chiave alla musica, che scompone quanto fatto prima di lui ricollegandosi comunque alla propria identità culturale: un cut-up sonoro e della realtà per liberare le persone dalle costrizioni; parafrasando uno dei pensieri più noti di Burroughs la musica, in questo caso al posto della letteratura, serve per far accadere le cose. Il palco era il luogo e il tempo adatto per esprimere i suoi codici espressivi.

Consiglio la lettura di questo libro perché, a cinquant’anni dalla morte di un artista iconico, si può ancora cercare di indagarne la figura e le volontà artistiche e, soprattutto, perché è un gioco invitante quello di cercar di collegare Hendrix alle idee filosofiche di Empedocle, Goodman e Giordano Bruno.

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