Arianna Antinori

Arianna Antinori, voce particolare e grintosa del panorama rock blues italiano in pista dal 2003, ha conquistato importanti traguardi all’estero e in Italia: ha aperto per i Counting Crows e suonato con la leggendaria band di Janis Joplin i Big Brother & The Holding Company e conosciuto i fratelli della cantante statunitense dopo aver vinto un contest internazionale per ricordare l’artista. Con Janis Joplin come guida, Arianna è una cantante che ha fatto della grinta e della comunione con il pubblico uno dei punti di forza delle proprie esibizioni. Il 6 settembre si esibirà al Festival Delta Blues di Loreo. Un talento non di certo nascosto per gli appassionati di rock’n’roll italiano e assolutamente da scoprire per chi ancora non l’ha fatto.

Ciao Arianna, mi permetto di usare il tu per darti il benvenuto su MIP! Inizierei parlando di Hostaria Cohen, un bel titolo per un album; ce ne spieghi il significato?

Ciao MIP, piacere mio!!

Hostaria Cohen ha due significati, nel primo caso parla di un insieme di brani diversi tra loro che però condividono la stessa energia, un po’ come una vera Hostaria, dove puoi incontrare persone totalmente differenti tra loro ma con uno stesso comun denominatore… e quello lo sceglie l’ascoltatore!

Il secondo significato (anche se non c’è un primo e un secondo posto) è un omaggio alla figura di Janis Joplin e del famoso incontro con  Leonard Cohen al Chelsea Hotel di New York, per citare un verso della canzone Hostaria Cohen: “stelle nere che viaggiano lassù lungo rotte parallele, siamo fragili, siamo complici, siamo vittime e carnefici e soli, lo sai, da tanto ormai, da troppo ormai”.

Cantare in italiano un album rock blues è stato coraggioso: usare l’italiano in un panorama fortemente anglofono è un gesto molto innovativo, che ho apprezzato; dove è nata l’idea? Hai trovato subito il feeling con le canzoni?

Mi sono sempre piaciute le sfide e questa di cantare in Italiano sapevo che prima o poi l’avrei dovuta affrontare. Poco prima di iniziare la lavorazione del mio secondo disco, Francesco Paracchini il direttore de “L’isola che non c’era” mi presentò il Maestro Mauro Paoluzzi, compositore e arrangiatore dei più grandi cantanti italiani, e capii che affidarmi ad una persona d’esperienza come lui mi avrebbe aiutata al meglio nella mia impresa. Cantare in Italiano non è semplice perchè il testo è importantissimo e non sempre le parole si “cantano” bene, infatti con Paoluzzi e gli autori dei brani, Elio Aldrighetti, Vincenzo Incenzo e Raffaella Riva, abbiamo fatto un lavoro molto impegnativo nel coniugare al meglio significato, sonorità e grinta!

Con questo bel disco, che alla sua uscita mi ha colpito molto, eri fuori dal pop rock italiano e dal rock blues inglese al quale è abituato l’ascoltatore classico.  È stato un rischio calcolato o un salto nel vuoto? Eri sicura di trovare i giusti ascoltatori?

Ogni volta che creo un disco non penso proprio a chi lo ascolterà, però sono consapevole che ogni disco è per sempre, quindi cerco di creare qualcosa che anche tra 30 anni mi possa rendere fiera e che mi rispecchi sempre, ed il solo modo è fare quello che ti piace! Sono consapevole che è un disco più dolce del primo, ma come primo disco in italiano ho voluto restare sul mondo classico e non permettermi troppo di sperimentare, il prossimo chissà?!

Questo periodo di “follia” particolare ci ha visti tutti coinvolti ma è stato particolarmente difficile per gli artisti, come l’hai vissuto?

Difficilissimo non difficile!! Io l’ho vissuto coltivando i miei hobby, mi sono staccata dal mondo per pensare, pensare molto, mi è servito molto per capire tante cose, sia di me che del genere umano di cui purtroppo non vado fiera. Mi fermo qui altrimenti potrei essere un fiume in piena!

Come è riprendere l’attività dal vivo? Ansia, paura o semplicemente una gran voglia di lasciarsi tutto alle spalle con una sana dose di rock’n’roll?

Macchè !! Spaccare! Spaccare sempre e di brutto! Musicalmente parlando! Mi mancava come l’aria l’energia con i miei meravigliosi musicisti Giovanni De Roit, Davide Pezzin, Davide Repele e Roberto Parolin! Anche il pubblico sento che ha bisogno di musica live, lo si percepisce dai loro occhi, i loro sorrisi le urla e dalle loro gambe in movimento continuo su quelle sedie!

Sei famosa per le esibizioni a tutto cuore, in poche parole grintose! Cosa deve aspettarsi chi ti verrà a vedere il 6 settembre a Loreo?

Ecco, lo hai detto già tu! ahah ! Quando sono in live (ma anche alle prove, perché pur sempre un live è) non mi risparmio mai, non ce la faccio proprio fisicamente a star tranquilla! Nel bellissimo Delta Blues porteremo del sano Rock anni ’60/’70 che passa da Janis Joplin, Led Zeppelin, Beatles e alcuni dei brani più significativi dei miei due album, ariannAntinori e Hostaria Cohen.

Il blues in Italia sembra decisamente vivo guardando alle rassegne, ai festival come il Delta Blues, al quale parteciperai, e ai musicisti che lo celebrano; da protagonista e insider cosa ne pensi, è vero?

E’ verissimo! abbiamo degli artisti qui in Italia che fanno paura anche agli americani! Grazie anche al Blues Made In Italy organizzato da Lorenzo Zadro, Davide Grandi e Antonio Boschi che hanno creato questa grande famiglia blues tutta italiana, ho avuto l’onore di sentire voci stratosferiche e musicisti da paura, sì, devo dire che anche se non ci chiamiamo John, Jim o James non abbiamo nulla da invidiare a nessuno, perché il Blues è sofferenza e qui si soffre eccome!

Data la tua esperienza all’estero come vedi l’Italia nella promozione del genere e della musica live in generale?

Il problema è che qui ne i gestori e ne gli organizzatori sono tutelati o aiutati come fanno all’estero, però nel mio caso ho sempre trovato grandi organizzazioni o se non erano grandi, hanno sempre dato il massimo per l’accoglienza e nel rispetto dei musicisti.

So che nel tempo hai costruito una relazione solida con i Big Brothers & The Holding Company, la storica band della Joplin, che aria si respira a esibirsi sullo stesso palco?

Non ci sono parole per descrivere quello che può provare una fan a cantare sul palco con la band del cuore! Ti dico solo che la prima volta che cantai con loro era il 07-10-2010 e avevo perso ben 11 kg per l’emozione (dovrei farli venire ogni anno per rimanere in forma). Sentire quelle vibrazioni, guardare i loro occhi e sentire l’energia di fuoco che emanavano sarà una cosa che resterà viva in me per sempre.

Nel 2010 hai vinto un contest internazionale dedicato a Janis Joplin, com’è stato parteciparvi?

Incredibilmente allettante! Ma incredibile per me fu vincere, tra più di 1000 cantanti di tutto il mondo. Custodirò gelosamente i regali ricevuti dai fratelli di Janis, Michael e Laura Joplin, la loro dedica è stata una grande emozione, perché diceva che anche se ero italiana avevo compreso l’energia, la sofferenza e la vita di Janis tramite la sua voce e le sue canzoni.

Un tuffo nel passato: qual è stata la genesi di Arianna Antinori? Quali sono le esperienze che hanno guidato la tua crescita artistica e ti hanno portato ad essere la cantante che sei oggi?

Avere un padre musicista e una madre amante della bella musica, da piccola ho iniziato a suonare il pianoforte, a 13 anni ho imparato a suonare la chitarra e da lì andavo in giro a suonare, poi mi sono trasferita a Vicenza e formai la mia prima band composta da me e la mia amica Simonetta Cavalli, poi la svolta con la mitica band i Turtle Blues, nata per caso, perché il gestore mi aveva sentita cantare in una jam con Giovanni De Roit, Danilo Guarti, Alessandro Rigobello, Roberto Genove e Massimo Ceccato. Da quel giorno abbiamo messo su la band e abbiamo iniziato con ignoranza costruttiva, sudore e tanto alcool i primi live a Vicenza. La prima data è stata il 27 -12 -2003… e da lì non mi sono più fermata!

Quali progetti hai in cantiere per l’Arianna Antinori del futuro e della sua band? Dove ti vedi professionalmente da qui a 10 anni?

Mi piacerebbe fare un altro disco, questa volta tutto in analogico e in presa diretta con band, ci sto lavorando… Sinceramente sono una persona che vive alla giornata e vive la giornata, quindi non saprei proprio cosa dirti! Time will tell!

A livello interpretativo quanto è difficile fare propri dei testi di cui non sei l’autrice? Deve esserci perfetta sinergia tra lo scrittore e la tua voce, come ci si riesce? Come fai tuoi i brani che poi canti?

Quando canto una qualsiasi canzone, quella canzone diventa mia, quindi a livello interpretativo non è differente da una mia.  Nella creazione dei miei brani c’è sempre un lungo confronto e dialogo sulla mia visione di vita con gli autori e insieme elaboriamo la sintesi perfetta per riuscire a esprimere un concetto forte che si leghi perfettamente alla veemenza della mia voce.

Ho tenuto per ultima questa: Janis Joplin o Grace Slick? Perché?

Janis Joplin. Grace Slick mi piace solo in qualche brano, per me Janis è una cantante molto più completa  e complessa da capire, mi intriga di più e sulla voce che dire… sono di parte… quindi ecco!

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