Musica Rock da Vittula

Mikael Niemi

Iperborea, 2000

articolo a cura di Ilaria Marcoccia

Immaginate un paese di circa di 300 abitanti che si trova al confine tra Svezia e Finlandia, attraversato da un fiume gelato, con le famiglie laestadiane che fanno gare di sauna mentre si frustano con ramoscelli di betulla. Immaginate un adolescente annoiato che scopre i Beatles e mette su una rock band nel garage senza sapere suonare o cantare, che imita le mosse di Elvis e si sgola sul palco della scuola svuotandosi di tutta l’energia posseduta in corpo. Quel giovane si chiama Matti, ha un migliore amico Niila e vive a Pajala. Ebbene, in questo libro di frontiera, in tutti i sensi, avviene quel mix avvincente tra folklore e classica storia di formazione giovanile, con tanto di moti di ribellione anni ’60.

Nel Tornedal la creatività è sempre stata rivolta alla sopravvivenza. Si poteva rispettare, sì, perfino ammirare, l’ingegnoso falegname che a partire da un tronco d’albero sapeva ricavare qualsiasi cosa, da una paletta per il burro a un orologio a pendolo … La nostra musica rock era tutt’altra cosa. Non aveva decisamente nessuna utilità. Nessuno ci vedeva alcun valore, neppure noi. Nessuno ne sentiva il bisogno. Era semplicemente un gioco, aprivamo i nostri cuori e lasciavamo uscire la musica. (cit. p. 262)

La musica non serve a niente, e non serve a niente specialmente a Pajala questo frutto del lassismo moderno e del troppo tempo libero. E può sembrare una storia già scritta, quella dei ragazzi che scoprono il rock mentre cercano di dare una definizione a loro stessi, ma il colore, l’umorismo sottile, la descrizione dettagliata delle tradizioni locali, non li leggerete mai in nessun libro più bello di questo.

Una volta scoperto il potere della musica, non si può tornare indietro. È come quando ti masturbi per la prima volta. Non ti puoi più fermare. Hai stappato una bottiglia e la schiuma zampilla fuori a fiotti, una pressione che ti strappa la porta dalle mani, la svelle dai cardini e non lascia che un’apertura vuota. (cit. p. 95)

È proprio questo gioco che colpisce del libro di Mikael Niemi, una frasetta un po’ trita come “una volta scoperto il potere della musica, non si può tornare indietro”, accostata a un’altra frase che ne fa il paragone in maniera brillante, vivida, ironica. A pensarci, può essere la metafora del grande gioco che fa la musica con le emozioni: ci si gioca come fanno i bambini. Ma la musica è soprattutto un fiume gelato che si incrina ed esplode in mille pezzi sotto il ponte, che succede a pagina 94, le emozioni fanno un suono che non esiste da nessun’altra parte.

Niemi è un ambasciatore della sua terra della quale rivendica un’identità negata e che anche i suoi stessi abitanti hanno lasciato indietro. Il Tornedal è il protagonista delle sue storie, insieme a quel senso di diversità e di estraniamento che l’adolescenza amplifica, ma che poi diventa nostalgia di quegli anni. In questo libro ha raccontato la “prima vita vissuta”,  in un continuo crescendo iperbolico di vicende a cui Matti va incontro e che restano fresche, ibernate nelle gelide notti d’inverno in Svezia. È il palpitare della natura che disegna un luogo mentale e fisico insieme, la calma inquietante delle infinite foreste finlandesi che arrivano fino alla Siberia con gli alberi appesantiti dalla neve. Immersi in questa calma taiga ci si ritrova a sperare che i capitoli non finiscano al numero 20.

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credits: Photo by Lionello DelPiccolo on Unsplash

Matti era un ragazzo normale che poi, da grande, ha avuto una storia da raccontare, una storia divertente per la maggior parte del tempo, con matrimoni tipici, gare di resistenza alle saune, funerali folkloristici, uccisioni di fantasmi, code di topo e un bacio tra due bambini che poi, alla fine di tutto, che in realtà è l’inizio di altro, diventano ricordi nostalgici di una terra che si porta nel cuore.

 

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