Vivere la musica

Francesco Motta

Il Saggiatore

scritto da Ilaria Marcoccia

Essere un cantautore è anche questo: non solo avere qualcosa da dire – tutti abbiamo qualcosa da dire –, ma saper dire con precisione, con esattezza. Soprattutto: avere voglia di dire. (p.161)

In questo suo primo libro edito da Il Saggiatore, il cantautore Francesco Motta si racconta, e lo fa con una grande, immensa e temeraria voglia di parlare di se stesso, della sua vita, delle sue scelte, della sua passione: la musica. Si tratta di un testo molto particolare nella struttura perché a cavallo tra una autobiografia e una lunga conversazione introspettiva, è coinvolgente nei sentimenti che riesce a trasmettere, nei piccoli voli pindarici che solo un buon sognatore sa permettersi.

Inizia come tutto ha inizio: con una musa, la musica. Motta ripercorre la sua formazione non di musicista e cantautore di successo, ma di uomo. Narra di come è diventato se stesso, di come ha superato le difficoltà della formazione, di come ha disobbedito alle regole, di quando ha posto domande scomode, di quando ha fatto le scelte sbagliate, di quando ha incontrato la musica e di come ha scoperto la propria identità attraverso le canzoni. Motta, come molti di noi, ha soprattutto scoperto che la musica può essere una guida meravigliosa, ma si può trasformare in una terribile nemica se non si è pronti a vivere la solitudine che a volte comporta, perché la musica ti fa fare i conti con te stesso e con la verità delle emozioni.

Ecco, se qualcuno mi chiedesse cos’è per me la musica, risponderei senza pensarci troppo: è la nostra solitudine nel mondo, la nostra possibilità di stare soli con noi stessi. (p.19)

La musica funziona come un amplificatore delle emozioni, compagna implacabile della vita, anche quando di questa vita non riesci a trovare il tempo giusto: allora seguire il ritmo diventa difficile, caotico; non resta quindi che imparare ad andare a tempo con il caos.

Il bello di questo piccolo e gracile libro è che leggerlo è come fare un viaggio tra le emozioni della vita, e non solamente in quelle di Francesco Motta, ma nel caos della vita in generale. Riesce a far vivere tutto il turbine delle emozioni, facendole esplodere dentro di noi, dalla felicità alla tristezza, dalla solitudine alla paura, dalla gioia più pura alla rabbia più nera. Senza portare con sé la paura di sbagliare. Sbagliare non è sempre un male, magari quello che oggi sembra un errore potrà rivelarsi cruciale nel futuro, e ringrazieremo di averlo commesso. La vita non è perfetta e non può esserlo, altrimenti non sarebbe così avventurosa. E questa è una grande e potente lezione che Motta voleva dare con questo testo: la perfezione non esiste, e pure se esistesse, non possiamo farcene niente.

Essere perfetti significa smettere di essere se stessi, diventare ciò che gli altri vorrebbero che fossimo, conformarsi a un’ispirazione che spesso non ci appartiene. (p.75)

L’arte si genera da un’esigenza vera e non dalla perfezione. Se non si ha dentro il bisogno di dover esprimere se stessi non si starà creando arte, ma si starà commerciando il proprio talento in maniera asettica, e non si riusciranno a raggiungere gli altri.

Un’altra monumentale lezione di questo bellissimo viaggio: l’empatia è essenziale. Non si scrive mai solo per se stessi, ci si può compiacere per il proprio lavoro ma ne godremo ancor di più se saranno gli altri ad apprezzarlo, a viverlo. Siamo abituati ad andare ai concerti, a vivere la musica tutti insieme, a meravigliarci delle emozioni che trasmette, e quando non possiamo farlo, ci sentiamo distanti, soli. La musica è preziosa perché connette gli uni con gli altri in un flusso inarrestabile di sensazioni in cui non resta da far altro che lasciarsi andare.

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