Clapton e Layla

Un album, una storia, un poema d’amore rock

Alberto Rezzi

Arcana, 2020

Sembrano i versi di un pezzo rock, eppure risalgono a un poeta persiano del XII secolo. (Cit. p. 116)

La collaborazione tra musica e letteratura è nota, a dire il vero è più una sorta di collusione, cospirano insieme affinché l’arte possa nascere e non è sempre facile capire dove inizia l’una e finisce l’altra. Tutti sanno della predilezione per Camus di Robert Smith, l’anima dei Cure, o della passione per Pasolini di Patti Smith ma, pochi si sono interrogati sul profondo legame che intercorre tra uno dei maggiori album del Ventesimo secolo e un poema persiano: Clapton e Layla. Un album, una storia, un poema d’amore rock di Alberto Rezzi, aiuta ad approfondire l’estro creativo e il profondo senso culturale che una passione travolgente vi ha infuso. Un racconto onirico,  dove Layla si fa viva, metà musa ispiratrice, candida e amorevole, metà Venere, implacabile dea dell’amore. In questo libro, così come avvenne nella realtà, la storia di Layla and Other Assorted Love Songs si intreccia con il poema persiano che l’ha ispirato.

Li ho messi in dialogo, li ho fatti parlare insieme, fino a scoprire come alcuni versi del poema di Nezāimī siano confluiti, trasfigurati, nella composizione del ‘poema rock’ di Eric. (cit. p. 110)

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Story of Mejnūn – In the Wilderness, Rozat-ol-Anwar (Khaju’s Collection)

Layla and Other Assorted Love Songs è un evento unico e irrepetibile; ascoltando secondo la giusta successione le quattordici canzoni che lo compongono si assiste a un vero e proprio poema rock – per citare Alberto Rezzi – una storia completa secondo tutti i canoni Aristotelici, ove ogni singola emozione collegata all’amore viene sviscerata, e dove anche nei momenti di pausa delle canzoni che spezzano il climax, la tragedia e l’urgenza di un amore ferito, voluto e mai consumato, è dietro l’angolo. Intrecciare le due storie, quella claptoniana e quella del libro che ispirò l’artista, è un’impresa di sicuro non facile ma sommamente originale: tutti i fan di Clapton conoscono la storia della genesi dell’album, ma pochi hanno davvero conosciuto le profondità che l’hanno ispirato, il sostrato culturale presente in esso: è un poema persiano, traslato dal sentimento di un inglese nel mondo moderno; è un album profondamente blues, poiché il blues è presente in ogni fraseggio, vivo, vero e vibrante più che mai, forse più che in ogni altra opera musicale creata da un bianco perché “il blues primigeno fonda il suo contenuto testuale sull’argomento amoroso […]. Attraverso l’elaborato reticolo di situazioni che il rapporto tra un uomo e una donna può offrire, cioè, il blues è in grado di parlare d’altro, innestando sulla matrice di base situazioni diverse e complementari” (cit. p. 90)[1].

Seguendo il corso delle pagine di Clapton e Layla. Un album, una storia, un poema d’amore rock, sfogliandole e leggendo questo resoconto vagamente psichedelico e altamente metafisico viviamo il percorso che ha portato Eric Clapton a creare il suo capolavoro passando dalle amicizie allo zampino del Caso, passando per i legami, le aspirazioni, i tormenti… una forza viva e sotterranea che ne ha fatto un momento unico, con l’introduzione del fratello spirituale Duane Allman alla chitarra slide, che la sua morte avvenuta pochi mesi dopo ha reso irripetibile. Un piccolo diamante scintillante creato dalla pressione dell’arte, dal dolore e soprattutto dall’amore.

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Album Artwork, La Fille au Bouquet, Frandsen de Schomberg

Tutto diventa ancor più interessante lungo la parte finale dove Rezzi tenta una sovrapposizione, canzone per canzone, tra l’album e il poema, cercando di elaborare quel pensiero creativo che vi era dietro. Un libro da leggere per cercare di far luce su di un album che ha fatto la storia della musica moderna, per me una vera e propria opera d’arte, che mette in luce la sua identità di concept album ponendo Layla, il capolavoro principe, in chiusura, lo zenit dell’album – parola calzante la cui etimologia deriva dalla locuzione araba  samt al-ra’s /-ru’ūs  – , il punto ove oltre non c’è più nient’altro da dire. Una canzone che non possiede solo un grandissimo assolo ma è una vera prova di straordinaria follia compostiva: le chitarre di Eric Clapton e Duane Allman stridono, lottano, si intrecciano l’una con l’altra, come le due facce di questo poema inglese-persiano, fanno a gara, piangono, gemono pur rimanendo perfettamente in sincronia, ognuna è necessaria all’altra, nessuna nota è fuori posto. Il loro assolo congiuno è lo stridore di un cuore disperato che grida al mondo l’urgenza del suo bisogno d’amore e la voce di Clapton è vera, disperata poiché egli sente e vive profondamente ciò che sta cantando, si libera mettendo in mostra, in pieno stile blues il desiderio e l’urgenza di una necessità.

Eric non viveva che in attesa di rivedere la sua dea nascosta: era certo che il suo amore per lei fosse destinato a durare per sempre, immutabile e crudele come quello di Majnūn per la sua Leylā: “quest’amore impastato di dolore dovrebbe forse spegnersi? Mai lo potrà”, recita un verso raccolto da Nezāimī. (cit. p. 86)

Il tutto finisce per sconfinare nel piano-coda creato da Jim Gordon e suonato dallo stesso con la sovrapposizione di un secondo piano suonato da Bobby Whitlock in un sentimeto di languore, di dolce malinconia. Layla è una canzone d’amore divisa in due atti ben distinti che purissimamente rimandano completamente e senza eccezioni ai sentimenti che ogni innamorato, non solo dal XII secolo ma da sempre, prova. Come la canzone l’amore è ambivalente, un Giano bifronte che vuole, pretende e si dispera nel bisogno ma sa essere altrettanto dolce e romantico.

Ci sono pochi momenti nel repertorio del rock registrato in cui un cantante o un autore raggiungono una tale profondità in se stessi da far provare a chi li ascolta la sensazione di star assistendo a un omicidio o a un suicidio… per me Layla è il più grande di essi (cit. Dave Marsh, The Rolling Stone Illustrated History of Rock and Roll)

[1] Vincenzo Martorella, Il Blues, Einaudi, Torino, 2009.

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