Musica senza alfabeti

Un dialogo sul linguaggio dell’altro

(notazioni sulla “Harmolodic Theory”)

Jacques Derrida, Ornette Coleman

a cura di Samantha Maruzzella

Mimesis, 2016

Credo che il suono abbia con l’informazione una relazione molto democratica, perché non c’è bisogno dell’alfabeto per capire la musica. ( cit. Ornette Coleman, p. 45)

Musica senza alfabeti è un libro che parla di filosofia e di musica, di filosofia della musica. Come un sapere universale che intercorre le anime e le menti degli uomini in un vagheggiare infinito di rimandi onirici che si fanno immanenti attraverso le note e la melodia. Il piccolo libro ha come nucleo l’intervista che il filosofo francese Derrida fece a uno dei più importanti jazzisti del XX secolo, Coleman.

Per meglio chiarire l’importanza storica di questo incontro dovremmo far luce – per chi non lo sappia già – sui due protagonisti: Jacques Derrida è uno dei maggiori filosofi dell’arte e uno dei più apprezzati critici della realtà postmoderna, con un focus sulla comunicazione, sul linguaggio e sulla decostruzione dello stesso. Ornette Coleman è colui che, nicchiando, sfuggendo, giocando si è presentato da iconoclasta del jazz, di fatto inventando il free-jazz e rompendo tutti gli schemi con il suo sax di plastica: una figura amata e odiata in egual misura ma che ha lasciato un’impronta profondissima con la teoria controversa dell’armolodia.

L’armolodia è l’uso fisico e mentale di una propria logica tradotta in un’espressione di suono per realizzare la sensazione musicale dell’unisono, eseguito da una sola persona o da un gruppo. Armonia, melodia, velocità, ritmo, tempo e le frasi hanno tutti uguali posizione nei gruppi che provengono dall’immissione e dalla spaziatura delle idee. (cit. Ornette Coleman p. 83)

Ornette Coleman, durante tutta la sua carriera, propone di tornare all’origine della musica, musica priva di parole, ascoltata da colui che suona tanto quanto dal pubblico, e le sue teorie di decostuzione musicale, di musica come linguaggio, si completano trovando in Derrida non solo un ascoltatore attento, ma anche qualcuno che si muove sulla stessa lunghezza d’onda, che ragiona, improvvisa e decostuisce secondo la stessa melodia e armonia. Per questo, l’intervista dal quale tutto inizia è così interessante: l’intervistato diviene intervistatore,  si sviscerano temi come la lingua che influenza il pensiero. Una breve intervista  che non è solo un’intervista ma un dia-logo, un’improvvisazione logica tra grandi menti, quasi jazzistica, dove come nella musica di Coleman e nella destrutturazione di Derrida si “improvvisa” un significato via via più profondo, ogni volta diverso pur secondo regole pre-impostate. Avrei voluto un’analisi più approfondita su di essa oltre allo splendido contributo, in apertura, di Donà.

Ornette-Coleman-2008-Heidelberg-schindelbeck
Ornette Coleman

L’intervista avvenne a Parigi nel 1997, il 23 giugno, a La Villette, durante un tour di Ornette, e seppur essendo centro di partenza del libro, core indispensabile, viene in qualche modo relegata a contorno, mentre l’autrice Samantha Maruzzella racchiude in questo volume tanti saggi eruditi tentando, ancora oggi, di mettere insieme le nozioni per poter comprendere cosa è l’armolodia: bluff o genio?

L’intervento del musicologo  Robert Palmer sul free-jazz di Coleman è pregno di significati: si parla di democraticizzazione della sua musica, al contrario del tecnicismo esasperato del jazz a lui contemporaneo – hard bop – e a come sia venuto a crearsi un alfabeto espressivo diverso, con una solida leadership compositiva che lascia spazio non solo all’abile solista ma all’ensemble intero, convogliando le forse ispiratrici in un’improvvisazione tecnica che non può non avere regole, ovviamente, ma che cerca di volta in volta nuovi modi per aggirarle, per girarci intorno, per farne perno creativo più che solco delimitativo.

Ogni musicista è in relazione a e disegna all’interno di un tema che Coleman ha scritto in anticipo, ma ogni individuo sente, e suona, in modo un po’ diverso. E dal punto di vista di Ornette, ogni contributo è altrettanto essenziale per il tutto. (cit. Palmer, p. 59)

Chiarificante l’ultimo saggio, di Masashi Sasaki, musicologo e jazzista giapponese che compitamente ci rende edotti di come l’armolodia di stampo colemaniano non sia altro che un’improvvisazione semi-libera in modulazioni di chiave, e lo fa con la logica inoppugnabile dei riferimenti tecnici; personalmente l’ho trovato il saggio più interessante dell’intero volume, insieme alla succitata intervista.

Dopo averlo attentamente letto mi sento di consigliare Musica senza alfabeti: tocca svariati argomenti secondo versioni e visioni differenti grazie agli interventi di  Massimo Donà, Robert Palmer e Masashi Sasaki e apre a spunti interessanti che arricchiranno di sicuro i lettori, aprendo spiragli di comprensione non solo sul jazz. Un libro intrigante anche se ho sempre rinnegato l’estetica della complessità ovvero della complessità per la complessità, qualcosa in cui sembra indulgere.

Jacques Derrida

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