Voci Nere

Storia e antropologia del canto afroamericano

Gianpaolo Chiriacò

Mimesis, 2018

Freedom was a singsong

every which way I knew anything. (cit. Robert Farmer, 1972)

Voci nere non si ferma all’estetica della voce cantata, pur facendone cardine, ma ne analizza tutti i campi in una intermodalità conscia e ben sviluppata; il discorso intrapreso parte dal 1444, data in cui la prima nave deportò gli schiavi africani, per giungere fino ai giorni dell’America trumpiana, in un profondo spaccato politico-sociale che attraverso una multidisciplinarità copre tutto lo storico della voce nera, dai primi hollers all’arte moderna, mettendo in luce qualcosa di tanto semplice quanto spesso dimenticato: non esiste un solo modo per essere black; nel libro di Chiriacò gli stereotipi e le sterilizzazioni sono bandite.

Non si tratta soltanto di tracciare un percorso storico ma piuttosto di navigare la storia mappando i tracciati non lineari delle memorie acustiche, provando a spiegare come esse si trasformano in pratiche sociali e artistiche che sono insieme soggettive e collettive. (cit. p. 9)

Attraverso l’esplorazione sonora, testuale e perfino di film come 12 Years Slave, l’autore costruisce un mondo di rimandi e spiegazioni usando come fulcro la propria esperienza di ricerca a Chicago: ci mostra la voce nera come espressione complessa di tecniche che hanno attinto alla cultura africana propria, con forti radici nei canti di caccia dei Pigmei, passando per le terre del Congo, per il Corano e per le estrapolazioni culturali in terra americana.

Il libro si presta ad ampi spunti di riflessione, apre scorci e strade di pensiero interessanti e pur essendo frutto di una ricerca accademica durata anni, non suona mai pedante o rindondante ma scorre leggero, anche se denso di significati, come l’acqua limacciosa del Mississippi. Esplicativo di quanto detto, è il concetto di Talkative Ancestor, la loquace memoria degli antenati afroamericani postulata da Griffin[1] e che l’autore, fedele all’idea che l’oralità non sia un concetto secondario di elaborazione artistico sociale ma che abbia un valore culturale non inferiore a quello della scrittura colta, indaga, mostrando la sua presenza in uno dei romanzi più importanti per cercare di capire la cultura black, Beloved di Toni Morrison; qui, la voce della figlia, non più in vita, continua a guidare la protagonista del libro. E ancora possiamo trovarlo nella Voce, e di conseguenza nelle esecuzioni canore, dei performer moderni che nello scenario a noi coevo “usano” gli antenati come fulcro nella creazione di un’estetica e una motivazione  artistica. I Talkative Ancestor sono uno degli aspetti della cultura afroamericana che usa il concetto di memoria come valore culturale, fonte di esempio comportamentale e pregno di valore psicologico .

La voce priva della presenza fisica della sua sorgente è, naturalmente, associata alla presenza viva sebbene invisibile degli ancestors. […] è la voce stessa a rappresentare l’antenato loquace: l’uso di uno stile vocale possiede un legame culturale che, in primo luogo, va onorato e che in virtù di questo collegamento può essere utilizzato per affrontare nuovi temi e nuove esigenze comunicative. (cit. p. 22-23)

Il canto in Voci Nere trova la sua collocazione all’interno di una ragnatela culturale amplissima e multiforme senza perdere il suo sostrato di strumento di identificazione storico-sociale e di costruzione personale. Il concetto di vocalità afroamericana verrà sviluppato come risorsa espressiva multifome, fenomeno socioculturale e di estetica musicologica con elementi tecnico-dinamici nonché come percorso storico attraverso il quale comprendere un’autodeterminazione complessa generata dalle particolari sorti delle comunità nere in America.

afrovocality-jazz-blues

Grazie ai QR-code[2] il testo offre al lettore una serie complessa di tecniche, voci, impostazioni e atteggiamenti che sono il fenomeno della storia culturale, sociale e storica della voce: una testimonianza sonora che un libro sull’estetica della voce nera avrebbe perso senza l’intermedialità di una ricerca moderna. Chiriacò, con gentile e sommessa fermezza, non nega l’orientamento socio-culturale e politico che guida tutta la sua ricerca, e questo semplice fatto la rende genuina e fresca, figlia di una passione sincera e non uno sterile dibattimento accademico. Estremamente consigliato non solo a coloro che si interessano professionalmente del concetto di vocalità afroamericana, ma anche a tutti gli appassionati della cultura e della musica che vogliano scoprire e impreziosire la propria conoscenza dell’identità stessa degli USA e della musica globale.

[1] BF.J. Griffin, Who Set you Flowin’? The African-American Migration Narrative, Oxford University Press, Oxford-New York 1995.

[2] http://www.afrovocality.com

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