Harlem

King Solomon Hicks

Mascot Label Group/Provogue, 2020

Blues

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King Solomon Hicks fa il suo esordio discografico e pubblica Harlem con la più importante etichetta di blues mainstream che gli affianca il produttore Kirk Yano, pluripremiato sia con i Public Enemy che con Miles Davis: la Mascot Label Group mira in alto per il ragazzo e questo dovrebbe farci intuire le potenzialità di un artista che a soli ventiquattro anni è già un chitarrista e cantante da tener d’occhio.

Cresciuto a New York, sin dal titolo si evince il rapporto dell’artista con la città e il quartiere dove ha studiato: nella prestigiosa Harlem School of Arts, all’interno dell’autorevole progetto Jazzmobile di cui è anche supporter. Solomon dimostra fin da questo esordio la solidità della sua consapevolezza musicale. D’altra parte ha esordito a soli 13 anni sul palco del leggendario Cotton Club; forse per questo motivo Harlem è un disco blues jazzato alla Robert Cray dove Solomon mette in luce la sua abilità vocale e minimizza l’uso della chitarra, dosandone la potenza con la maestria di un veterano. Non ha bisogno di mettersi in mostra con potenti riff o assoli poiché sa bene che sono pienamente nelle sue corde e intende riservarli al momento opportuno. Il suo è un blues elegante, fortemente educato ma non per questo meno incisivo, sceglie semplicemente un modo diverso per raggiungere il cuore dell’ascoltatore: “A gentleman will walk but never run”.

Sostenuto da un ensemble di tutto rispetto, Harlem, con le sue undici tracce, ha un’impalcatura blues e jazz che racchiude di volta in volta contaminazioni R&B, suol e funk, un abbinamento perfetto di diversi stili musicali. Epitome ne sono “Every Day I Have the Blues” di BB King riproposta in una versione dalle venature funky, e la strumentale “My Love Is Alive”, che vede dei fiati importanti all’interno della canzone, con una sezione ritmica che detta il ritmo in maniera magistrale mentre la chitarra di Solomon si insinua nel pezzo donandole il guizzo; “Have Mercy on Me” è un gospel dal groove veloce e penetrante quasi shuffle.

king Solomon Hicks

Continuando, troviamo un brano particolarmente interessante: “What the Devil Loves”, un blues con una batteria che suona particolarmente cupa (dietro le pelli siede Roger Earl dei Foghat) mentre la chitarra scivola morbida e fa da contrappunto alla voce di Solomon immergendoci in un fumoso juke joint degli anni Quaranta; “Riverside Drive” e  “421 South Main”, sono i due brani strumentali in cui King Solomon mostra la sua bravura come compositore: rispetta la struttura classica del blues, ci aggiunge un uso sapiente e più massiccio, rispetto al resto dell’album, della chitarra e ci mostra quello che è in grado di fare.

La canzone di chiusura “Help Me” è di sicuro la migliore dell’album. Qui la chitarra di Solomon suona più a lungo: il rock blues, sporco e cattivo, si è insinuato nella stanza e fa a pezzi l’eleganza respirata fino ad ora.

Harlem suona come un ottimo esordio, elegante e ben gestito, ma risente del bisogno di non strafare, di presentare con calma un esordiente dal talento cristallino. Il riferimento a un artista come Robert Cray, che può servire sì a indirizzare il pubblico a un certo archetipo già conosciuto è fin troppo marcato, poco spazio viene lasciato all’improvvisazione, si sarebbe dovuto osare di più. Credo, infine, che lo sfumare le tracce non abbia aiutato né la band né Solomon a farsi sentire: la maestria del tocco e l’eleganza ci sono e sarebbero state messe in mostra più nettamente se avessero potuto gestire lo stacco, netto, tra una canzone e l’altra.

Tracklist

    • I’d Rather Be Blind
    • Everyday I Have The Blues
    • What the Devil Loves
    • 421 South Main
    • I Love You More Than You’ll Ever Know
    • Headed Back to Memphis
    • Love Is Alive
    • Have Mercy on Me
    • Riverside Drive
    • It’s Alright
    • Help Me

 

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