Testimony

Robbie Robertson

Jimenez, 2020

Quando, nel 1968, Music From Big Pink arrivò nei negozi di dischi, lo fece in maniera elegante e misteriosa, come i musicisti che l’avevano prodotto; eppure produsse cambiamenti radicali nel modo di concepire il rock’n’roll e portò la The Band a divenire un perno dell’evoluzione sonora e del concepimento di un nuovo vocabolario musicale. Robbie Robertson fu collante, forza motrice, chitarrista e ideatore della maggior parte dei brani che costruirono la carriera di una delle formazioni più iconiche del rock.

Eric mi confermò la sua profonda ammirazione per MUSIC FROM BIG PINK, e poi mi confidò di essere arrivato alla fine con i Cream; BIG PINK gli aveva fatto cambiare prospettiva […]. Venendo da Eric, per me era un enorme complimento, ma a me piacevano molte canzoni dei Cream e non ero sicuro di come mi sentivo per il fatto che il nostro disco stava parzialmente contribuendo al loro scioglimento. (cit. p. 382)

La storia di Testimony inizia però molto prima, quando un giovane ben lungi dall’essere maggiorenne, prese per la prima volta il coraggio a due mani e si diresse nel Sud degli Stati Uniti per affrontare un provino. Da quel momento la sua vita cambiò, venne introdotto all’interno di un mondo completamente diverso  pieno di affascinanti pericoli e possibilità.

Ero sveglio da molte ore, ma ero troppo agitato per dormire, troppo nervoso. No, troppo elettrizzato! Io e quel treno stavamo puntando al sacro suolo del rock’n’roll, alla sorgente, dove la musica che amavo cresceva direttamente dalla terra. Era un treno diretto a sud. Primavera 1960, avevo sedici anni. Stavo andando da Toronto, Ontario, a Fayetteville, Arkansas, verso la mia occasione di fare un provino per suonare con Ronnie Hawkins and The Hawks, la band rock’n’roll più fica che c’era. (cit. p. 7)

L’arco narrativo è in sé stesso una scelta interessante: parlandoci della sua giovinezza e mettendo ogni tassello al posto giusto, la storia ci conduce dove vuole lei, ci fornisce coordinate geografiche che toccano tutta l’America con una preferenza per i sound del sud, dal blues ai fiati della Lousiana e New Orleans passando per il Canada, e ricostruisce quel melting pot di culture che è il protagonista: mezzo indiano, mezzo ebreo Canadese con il cuore nel delta del Mississipi, una preparazione per l’arrivo del momento in cui la formazione al completo, dopo aver vissuto e contribuito a creare il sound elettrico di Dylan, comincia a creare i propri successi in maniera autonoma. Si narra di un sodalizio artistico fra cinque uomini, di una fratellanza nata sotto il segno del rock e per questo infrangibile nonostante l’erosione di una vita vissuta pericolosamente portando a galla un senso di nostalgia per un tempo che è stato e che probabilmente non sarà più. Far coincidere la storia del protagonista con quella della The Band è significativo e importante: ci fornisce una chiave di lettura della sua vita e di quello che rappresentava, in essa, questa straordinaria formazione musicale di polistrumentisti canadesi che avevano seduto dietro le pelli e alla voce, Levon Helm di Elaine, Arkansas: vero groove sudista.

The Band

Robertson ammette di aver appreso i primi rudimenti sul come si narra una storia davanti al fuoco dei villaggi indiani – sua madre era una nativa del Canada –  e deve averlo imparato davvero bene perché la storia scorre davanti agli occhi del lettore limpida, viva, quasi reale, e il narratore, come un pescatore sulla riva del fiume, prende all’amo ricordi e suggestioni senza nascondersi. Robbie parla dei processi creativi, delle sensazioni e del vorticare di una vita vissuta sempre sulla strada, spesso in bilico tra la perdizione e la mistica della musica: leggendo questo memoir risulta lampante come la Musica possa essere non solo potente motrice, ma anche conditio sine qua non della vita stessa; e lungo tutto il percorso rimane l’unico fil rouge nelle pagine di Testimony, una biografia dove la musica è in ogni riga e dove si possono vivere, con chiarezza, quei mitici anni dorati attraverso la lente non solo di uno dei protagonisti ma di un uomo dall’elevata sensibilità artistica. Si scopriranno i processi creativi dietro le quinte, l’ingenuità, forse, di alcuni rapporti di lavoro e la passione. Si conosceranno le asprezze caratteriali che permeano le vite degli artisti: per gli appassionati sarà un vero piacere veder fluire personaggi come Muddy Waters, Sonny Boy Williamson II, Jimy Hendrix, Bob Dylan, Van Morrison, Jony Mitchell, Carly Simons, Neil Young, i Velvet con Nico, i Beatles, i Rolling Stones, Roy Buchanan, Janis Joplin ed Eric Clapton, scoprire come le vite di questi artisti si siano intrecciate con quelle della The Band mentre Robertson affresca un tempo dove il senso di fratellanza accomunava tutti loro facendoci scoprire come fosse “indispensabile” attraversare la strada per andar ad assistere al concerto di un musicista che si rispettava ancor prima di iniziare le prove per la propria di musica, solo per il piacere di esserci.

«Signor Williamson, mi chiamo Levon Helm. Sono di Marvell e l’ho ascoltata sulla KFFA per una vita. Noi siamo un gruppo, adoriamo la sua musica e volevamo venire qui solo per portarle i nostri rispetti». […] Levon proseguì. «Volevamo stare un po’ con lei, o anche suonare qualcosa insieme, quello che preferisce, signore». Sonny Boy ci squadrò uno per uno. Poi, lasciandoci di stucco, disse: «Okay, venite, sto qui a due passi» (cit. p. 187)

Robbie è stato un autore di canzoni straordinarie e ci porta all’interno della sua vita senza nascondere nulla ma, con un sapiente utilizzo dello storytelling, esalta le cose belle e sfuma le brutture: gli acciacchi, i capricci, le dipendenze, gli eccessi e le morti, fornendoci un vivido esempio di cosa volesse dire far parte della Storia del rock’n’roll in quei magnifici anni di cui mantiene l’aura.

Gli confessai la mia impotenza davanti a quel mostro. «Ci sta distruggendo. Sta lacerando la band. Tu sei mio fratello, il mio migliore amico, e non posso assistere passivamente a tutto questo». […] «No, tesoro. Ma che credi? Che sono un tossico? Quella merda non mi interessa. No amico, te lo direi se lo fossi, lo sai. Riesco a controllarla. Non devi preoccuparti per me. Vuoi vedere le mie braccia? Vuoi vedere se ci sono i segni degli aghi? Ecco, ti faccio vedere». Si tolse la giacca e arrotolò le maniche. «Guarda. Pulito. Solo un paio di vecchi graffi. Certo, un po’ di tempo fa me ne sono fatta qualcuna, ma ora sto bene». Per la prima volta, Levon mi aveva guardato dritto negli occhi, mi aveva dato una pacca sulla spalla e mi aveva mentito. Non ci eravamo mai detti bugie. Mi sentii terribilmente triste. (ct. pp. 435-6)

Seicento pagine compongono Testimony ma potrebbero essere molte di più e non si sentirebbe comunque la stanchezza della lettura, si viene rapiti all’interno della storia. Partendo dalla fine degli anni Cinquanta il protagonista disvela la propria vita fino al giorno del ringraziamento del 1976 quando, con un ultimo memorabile valzer,  la The Band si sciolse.

Ricordi il regista italo-americano, giovane e di gran talento, di cui ti avevo accennato? Il suo film è provvisoriamente intitolato Season of the Witch, e il protagonista è il giovane attore Robert De Niro, che è fantastico. Secondo me anche il regista è uno forte. Si chiama Martin Scorsese. Era l’assistente alla regia del film su Woodstock. (ct. pp. 472-3)

Quando arriva il momento, attraverso il caotico, romantico, maestoso ultimo concerto –  ripreso da Martin Scorsese in The Last Waltz, non a caso definito il miglior documentario musicale di sempre – e cala il sipario e le luci si spengono e la storia crepuscolarmente finisce, ci si rende conto che non poteva esserci altra conclusione al libro.

Non si presentò nessuno. Nessuno chiamò per avvertire. […] La sensazione era che se non potevamo rompere qualcos’altro, avremmo rotto noi stessi. Nessuno di noi intendeva distruggere una cosa che amavamo, ma non sapevamo come fare. E non sapevamo come dirci addio (ct. pp. 585-6)

The-Band-1

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