Fabio Treves

 

Fabio Treves, il Puma di Lambrate, è da oltre 40 anni – dal 1974 per l’esattezza – il “Blues” in Italia. È qui per discutere di una carriera in grande stile, di nuove avventure e soprattutto del suo prossimo concerto il 25 gennaio, che si terrà nella cornice del Teatro Sociale di Sondrio. Armonicista che ha suonato con i grandissimi del genere, conduttore radio e scrittore, Treves è un uomo eclettico ma che ha sempre seguito con rigore la lunga “strada del diavolo”, senza lasciarsi sviare dai crocicchi.

Buongiorno Fabio, benvenuto su Musicinprogresses.com, è un vero onore perché sono, dichiaratamente, un tuo grande fan. Vorrei iniziare parlando del tuo prossimo concerto a Sondrio, il 25 gennaio del 2020; so che sei un animale da palco e che sono anni che calchi gli stage ma, senti l’emozione? Cosa devono aspettarsi i tuoi fan?

Senza emozione, non solo nella musica, non vai da nessuna parte. Fin dal suo primo concerto la TBB ha messo al primo posto questo aspetto importantissimo: emozionare e divertire la gente. I nostri fan ci conoscono, e da più di 45 anni camminano con noi sull’affascinante e lunga strada del blues. Ad ogni concerto i fan vecchi e nuovi si aspettano energia, passione e divertimento, sempre nel rispetto e nel tributo affettuoso alle leggende del passato.

In Italia hai costruito una solida fan-base e la TBB è un centro di aggregazione per musicisti e ascoltatori appassionati di blues, come ci sei riuscito? Esiste una formula magica?

Certo: fatica, umiltà, desiderio profondo di non omologarsi mai, di andare avanti senza tentennamenti, prendendo spunto dagli insegnamenti e dalle biografie dei grandi cantori del Blues che spesso avevano altri lavori per mantenere sempre vivo il loro amore per la “musica madre”.

So che sei uno studioso del blues, hai scritto anche diversi bei libri sul genere e vorrei sapere: scrivere una canzone blues per un italiano, con topoi che appartengono a un’altra cultura, è difficile oppure li senti tuoi e ti ci trovi a tuo agio?

I valori, i temi, i personaggi e le storie raccontate in un blues non hanno confini e latitudini. Raccontare un incontro, un amore, una situazione di disagio, la mancanza di solidarietà, la gioia e il dolore della vita stessa non sono patrimonio (oggi) di una o più persone. Personalmente poi credo che a volte una sola nota dello strumento possa ugualmente raccontare e descrivere una situazione e far conoscere il musicista stesso con la sua storia.

Hai aperto per Bruce Springsteen e i Deep Purple, suonato con Mike Bloomfield, Chuck Leavell, Roy Rogers, Warren Haynes e molti altri artisti di grande caratura, con quale ti sei trovato meglio a suonare e con chi non è scattata l’alchimia?

Il feeling è scattato con tutti perché sono tutti artisti veri e tutti appassionati di blues; anche quelli che non figurano nelle enciclopedie blues lo erano eccome, nella vita e in certe loro mitiche composizioni, uno per tutti il genio di Baltimora Frank Zappa. Con orgoglio penso alla nostra breve amicizia e mi commuovo dopo tanti anni a vedere le foto che ci ritraggono assieme.

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Fabio Treves con Frank Zappa

Sei stato fin dall’esordio un vero crociato del blues, fedele al genere e hai potuto veder cambiare il panorama musicale italiano da protagonista: cosa è cambiato? È cambiato qualcosa nell’approccio alla musica? Parlo sia per gli artisti che per i fruitori.

È cambiato tanto! Adesso con il computer e internet puoi conoscere le vite di tante leggende, ascoltare brani inediti, apprezzare video in bianco e nero storici, acquistare on line bootleg rarissimi. In ogni parte del mondo ci sono negozi che sono un vero e proprio paradiso per il musicista, sia per quello famoso che per i giovani principianti. Quando ho iniziato il mio lungo percorso musicale facevo fatica a procurarmi una semplice armonica a bocca e, anche nei negozi più forniti, quando chiedevo un vinile di Muddy Waters mi guardavano strano!

Negli USA, la patria del genere, i cambiamenti epocali di costumi e cultura, le nuove generazioni stanno forse sostituendo il blues con il rap come forma di aggregazione e identificazione sociale. Se sì, perché?

Il BLUES non lo sostituisci mai. Magari i testi di qualche rapper evocano situazioni urbane similari a quelle cantate dai bluesmen di New York o Chicago, ma non ne sono poi così sicuro… a quelli che credono che il blues stia esalando gli ultimi respiri dico solo: finché ci sarà vita sulla terra il BLUES non morirà mai!

“Life in Blues”, un programma dove analizzi e racconti i grandi protagonisti del blues, si è ormai da un po’ trasferito su LifeGate Radio Blues. I podcast e le web radio sono il futuro: la radio, più di altri media, ha saputo evolversi e cambiare strada. Vorrei sentire il tuo parere, cosa è cambiato nel tuo modo di fare radio? Quali sono i pro e i contro, cosa è cambiato nel tuo modo di condurre e gestire il programma?

Ho iniziato negli anni settanta conducendo delle lunghissime notturne a Radio Popolare dove potevo trasmettere brani che, come mi dicevano i “colti programmatori”, non erano radiofonici perché duravano diversi minuti. Poi a ROCK FM ho portato avanti la mia personale opera di divulgazione del blues e da quasi 20 anni LIFEGATE è la mia radio, dove posso parlare e trasmettere quello che ho scelto, con tutta libertà. Grazie LIFEGATE! All’inizio arrivavo in radio con una cartella piena di vinili storici con il terrore che qualcuno mi fregasse il prezioso contenuto, adesso con una chiavetta USB ho risolto il problema!

Con i Supersonic Blues Machine, nel loro album Californisoul, hai inciso L.O.V.E., e Fabrizio Grossi, bassista e produttore della band ti ha definito “Godfather of Italian Blues”; non sarebbe stato quindi più giusto aver dato anche a te i credits di guest star com’è stato fatto con gli altri ospiti?

Ma figuro nei credits della traccia e questo mi basta… e poi l’importante è partecipare, o no?

Supersonic Blues Machine Bill Gibbons Fabio Treves Live Milan-
Fabio Treves con Billy Gibbons e i Supersonic Blues Machine

Penso esista uno stacco notevole tra il blues rurale e quello dei bluesman di Chicago, e sto parlando a livello di lyrics, di messaggi; credo ci sia una presa di posizione di un divario culturale con l’establishment WASP che non doveva essere per forza colmato né nascosto, ma sornionamente ostentato. Pensi sia stato merito della Chess Records? Di Willy Dixon? Oppure è solo cambiato perché l’introiettamento nelle città ha commercializzato il genere, come sostengono alcuni?

Penso che ci siano almeno altre 10 etichette discografiche che, negli anni venti e trenta, hanno avuto il merito di far conoscere grandi artisti del blues rurale. Diciamo che la CHESS è la bibbia del Blues e Willie Dixon il suo santo protettore, il resto lo lascio agli studiosi più illustri…

Al di fuori della Treves Blues Band c’è qualche artista nostrano che reputi dovremmo assolutamente conoscere e ascoltare per la sua padronanza del genere?

Ci sono tanti musicisti e formazioni nostrane che ascolto volentieri, ma se facessi qualche nome farei un torto ai tanti che non elencherei. Posso solo affermare che il BLUES in Italia è ormai popolare, apprezzato e diffuso su tutto il territorio, basta vedere quante rassegne e festival si svolgono in tutto l’arco dell’anno. Per finire, ai tanti che non conoscono il BLUES dico: andate ad ascoltarlo se vi capita e capirete quante emozioni vi siete persi!

Fabio Treves
Fabio Treves e la sua armonica. In copertina: con Roy Rogers

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