Let’s go (So We Can Get Back) Una storia di dischi e discordie con i Wilco (e non solo)

Jeff Tweedy

Sur, 2019

Let’s Go (So We Can Get Back). Una storia di dischi e discordie con i Wilco (e non solo) mostra ottime doti narrative: il viaggio nella vita di  Jeff Tweedy scorre con continui flashback e flashforward intessuti in un sistema di rimandi che vogliono, e riescono, a trasportare il lettore nella mente dell’artista, attraverso un’incertezza nel vagare tipica del mondo onirico della memoria.

L’autobiografia di Tweedy è davvero ben scritta. Riesce sapientemente a trasportarci in un mondo fatto di suggestioni e incertezze tipiche dei ricordi; con delle connessioni più logiche che temporali, ci rimanda al pensiero dell’artista facendoci sentire partecipi e donandoci un sistema di narrazione altamente immersivo. Questa è una biografia autoironica e divertente che riesce a toccare momenti intimi con grande leggerezza e comicità, ma è anche estremamente dura nella ricostruzione asettica dei ricordi d’infanzia. Il cantante si fa sentire vicino a noi, e ci porta per mano in un’infanzia fatta di anaffettività: ci fa toccare con mano le speranze e i sentimenti di un giovane creativo che cresce in un sistema atto deliberatamente a tarparne le ali, a uniformarlo allo status quo, una giovinezza che si potrebbe tranquillamente definire alienante.

In realtà era un posto abbastanza deprimente. Deprimente e depresso, in una maniera comune a molti centri manufatturieri morenti del Midwest americano: una sfilza di vecchi edifici vuoti e altrettanti bar affollati. […]Non so quanti bar ci fossero su Main Street, ma dovevano essere parecchi, dato che l’altro motivo di orgoglio di Belleville era quello di avere il maggior numero di pub pro capite del paese. In seguito ho scoperto che non era vero, e in un certo senso è stato un sollievo, perché non mi sembrava una cosa di cui andare fieri. (pp. 19-20)

Qui ne emerge anche un sentimento di rimpianto per non aver capito e non esser riuscito a costruire un rapporto solido con il padre, uomo di poche parole ma attento, a modo suo, al benessere della famiglia, e una serpeggiante vergogna per aver sempre parteggiando per una madre, che in fin dei conti non è mai stata troppo interessata al suo essere madre.

Era molto permissiva con me, su un sacco di cose, perché le interessava più avermi come amico e alleato che non farmi da genitrice. Noi due formavamo un fronte compatto contro un mondo insensato […] Mamma si impegnava parecchio per tenermi al suo fianco. Se per caso dicevo: «Mi sento solo», non mi dava un consiglio razionale tipo: «Perché non chiami quel bambino che vive in fondo alla strada e vai a giocare con lui?» Mi insegnava a fare un solitario. (pp. 24-25)

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Durante la lettura seguiamo la crescita del giovane e lo vediamo trasformarsi, non senza continue e non celate cadute, in una star internazionale; godiamo e sentiamo parte del suo senso di esclusiva dedizione alla musica, scrutiamo fino in fondo l’animo di un musicista che si affaccia alla sua arte con attenzione quasi sacrale. Scopriamo così che Jeff Tweedy adora, sebbene cerchi di apparire disinteressato, il suo essere un songwriter, ma ama meno, anche se vorrebbe dirci il contrario, narrarci la sua storia personale. Malgrado questa sua connaturata ritrosia riusciamo a scorgere gli anfratti più bui della sua esistenza, con le dipendenze da droghe e antidolorifici, e capiamo il senso di ignominia e vergogna che lo avvolge.

Ho fatto delle cose orrende, che preferirei dimenticare. Mia moglie, Susie, si ricorda di quando sua madre, che viveva ancora da noi, stava morendo per un cancro ai polmoni, e la morfina che i dottori le avevano prescritto per renderle più tollerabile la fine a un certo punto iniziò a scomparire, e Susie si rese conto che la stavo rubando io. Me lo ricordo appena, e vorrei non ricordarmelo proprio. Vorrei che questo episodio fosse rimosso per sempre. (pp. 239-240)

Siamo allora pronti a gioire quando con uno splendido climax scopriamo che la sua ascesa nell’Averno si trasforma in una catarsi salvificatrice e in una disintossicazione completa sostenuta dall’amore per la moglie e soprattutto dei figli.

Scoprire che mio figlio, a quattro anni, sognava di andare in tour con un gruppo musicale solo per potermi stare vicino era quasi troppo per me. (p. 253)

Alla fine, resta solo una cosa da dire su Let’s Go (So We Can Get Back): Jeff Tweedy sa scrivere, questo libro è perfettamente orchestrato, cambia ritmo e tono con maestria coinvolgendo il lettore in una biografia che scorre senza punti d’inciampo, anche se a volte si nota certo un tipico vittimismo “da star maledetta”, al di fuori degli schemi standardizzati dell’epoca moderna, che risulta troppo macchinosa per essere del tutto vera e apparire davvero disinteressata e disincantata come vorrebbe essere. Probabilmente, non potevamo certo aspettarci che fosse davvero onesta e priva dei filtri della memoria di un uomo che racconta la propria vita.

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