Concerti, atti aggregativi e di resistenza politico-sociale

Andare a un concerto – rock – è un momento con un complesso valore sociale, culturale e psicologico per tutti coloro che vi partecipano. È una semplice equazione facilmente verificabile: la musica è uno degli strumenti di aggregazione più forti che l’essere umano abbia mai avuto.

Quando l’uomo scoprì per la prima volta la potenza espressiva che si nasconde nelle parole, inventò poesia e canto: tutta la lirica antica era cantata e/o accompagnata da strumenti, e le due espressioni artistiche, letteratura e musica, si resero indissolubili per molti secoli; studiare la storia della poesia è studiare la storia della musica e viceversa. Nell’antica Grecia non esistevano le figure separate del poeta e del cantore, in quanto la melodia era strettamente intessuta agli schemi metrici della poesia, accompagnata da intervalli di una quinta o un’ottava. (Mila, 1963)[1]

In questa precisa epoca storica, dove i nazionalismi feroci stanno sempre più prendendo piede, gli argini dei diritti civili e politici vengono sempre più erosi, poiché tutto diviene opinabile; e benché governi e colossi di internet comincino a porsi domande tardive sulle fake news che generano odio (spesso prodotte, messe in circolazione e diffuse dagli stessi politici), non si trova modo di renderle innocue. L’insoddisfazione sociale sfocia nella ricerca di un capro espiatorio e di qualcuno che ci faccia sentire “meno ultimi”; e in questa sorta di perversa catena alimentare dove è il neo-razzismo a farla da padrone con le sue retoriche anti-migranti, omosessuali, rom, disabili e tutti coloro che sono categorizzabili sotto una quanto mai inutile definizione di Altro, è bene riscoprire i momenti di aggregazione e di coesione che rendono uniche le nostre vite. In un’epoca che fa della differenziazione strutturale il suo metro stilistico, dove le coscienze si assopiscono in una sovrapproduzione di suoni e stimoli, si rischia di divenire sterili, incapaci di apprezzare quel che si ha, incapaci di comprendere che si è più uguali di quanto si possa mai essere diversi. Negli anni ’60 e ’70 la Musica si è fatta faro per una generazione che lottava per i propri diritti, che cercava di emergere a discapito di antichi retaggi, e con la sua forza ha sradicato quelle differenze che si credevano intramontabili: basti solo pensare ai concerti di Little Richards o Chuck Berry dove i neri e i bianchi, a causa delle leggi razziali venivano divisi da un cordone che sembrava invalicabile, come il muro di Berlino. Ma tutti i muri sono, prima o poi, valicabili, e lo dimostra l’imponente quanto inutile opera trumpiana, tanto che bastavano alcune canzoni per far mischiare il pubblico, giovani ragazzi uniti dal solo desiderio di essere un tutt’uno.

La musica libera la mia immaginazione quando canto, è un atto drammatico, ma non come recitare in teatro, è un atto sociale. (Jim Morrison)

Se qualcuno abbia mai pensato di sottovalutare l’importanza che ebbe per l’aggregazione sociale il flirtarte scenografico e sornione di Elvis con le proprie coriste di colore, be’, quel qualcuno ha commesso un vero e proprio sbaglio.

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La complessità e l’energia dei primi momenti del rock’n’roll sono probabilmente sintomatiche del suo ruolo come manifestazione di cambiamento situazionale molto profondo. In questi momenti, la ricchezza di risorse musicali […] e l’entusiasmo per le possibilità presentate da nuove tecnologie, nuovi rapporti sociali e nuovi tipi di comportamento musicale, fanno sì che la lotta culturale si possa svolgere all’interno della produzione musicale stessa. (Middleton, p.43)[2]

Non è un caso se la musica ha guidato i cambiamenti più importanti occorsi in questi due secoli e non è un caso se in America Latina sono nati i Rollinga: persone che vivono seguendo il culto dei Rolling Stones, che si riconoscono, si aggregano e si scoprono fratelli sotto il marchio della lingua più rossa e famosa del mondo; per loro quel simbolo vuol dire non solo rock’n’roll, ma anche libertà e fratellanza. E non è un caso se alla visita speciale di Papa Francesco ci fossero ad attenderlo mezzo milione di persone, mentre al concerto dei Rolling Stones a Cuba fossero presenti, stime ufficiali di Mick Jagger e dei quotidiani locali, ben un milione e duecentomila persone: più del doppio, di cui mezzo milione in piazza ad assistere dal vivo al concerto e i restanti a cercare di divenire una cosa sola con la Storia da ogni angolo dell’Isola. Non è un caso che il concerto che ha davvero aperto Cuba al mondo sia stato organizzato dalla più fiera band rock del panorama musicale in maniera interamente gratuita, e che a contorno dell’evento siano stati donati strumenti musicali: invitare la popolazione cubana a far musica era il modo più sovversivo possibile per i Rolling Stones di presentarsi; la capacità di questa specifica forma d’arte di travalicare ogni confine e raggiungere chiunque di noi in maniera diretta, trova il suo apice durante i concerti, atti aggregativi di una potenza impressionante.

In effetti oggi, qui, c’è solo una concezione di tempo possibile, che è il momento in cui verrà suonata sul palco la prima nota da Bruce e la E Street Band. Alcuni diranno che è il primo numero, dal momento che numero significa numero ma vuol dire anche canzone rock.(Pettifer, p.32)

Durante questi momenti lo spettatore si trova a vivere uno sdoppiamento identificativo di estrema importanza: da una parte si sentirà parte di una folla, di un gruppo con il quale percepisce una comunione d’intenti e piaceri; dall’altra vivrà l’estasi di potersi identificare con la star sul palco in una traslazione moderna di quando i piccoli delle epoche passate volevano esser cavalieri, girare il mondo e sconfiggere i draghi.

Ma a quel tempo c’era (e c’è anche oggi) il capo della setta, un uomo sacro del culto della musica che ha poteri magici […]. I suoi seguaci si radunano quando si crede che stia per apparire. Sarà lo sciamano, li manderà in trance, altererà il loro stato di coscienza con la sua musica, si scateneranno.(Pettifer, p.37)

Centinaia di persone che si riuniscono e si scoprono uguali a discapito delle nazionalità, guidate da un’unica identica passione che permetterà loro di sorpassare lunghe ore di fila, il caldo, il freddo, la pioggia o il vento, con l’unico scopo di assistere a qualcosa che trascende la mera performance artistica della band e diviene un’esperienza mistica paragonabile a un antico rito pagano, dove la passione e l’eccitazione scorrono nelle vene creando un ottundimento dei sensi che non lascia spazio ad altro se non al piacere del momento presente e al senso di comunione con chi, quell’evento, lo sta condividendo con noi.

Nel seguirli, ogni singolo fan diventa parte di una comunità più ampia, prima di quella dei fan di Springsteen in una grande serata giù sulla costa, poi di un posto, Asbury Park, poi del New Jersey, uno stato, e poi parte di centinaia di milioni di americani, il particolare e l’universale, la realtà e il sogno. (Pettifer, p. 37)

Anche raggiungere il luogo del concerto ha un alto valore simbolico: quello del pellegrinaggio verso una terra promessa, presente in tutte le maggiori fedi del mondo, e vede appassionati convergere verso un unico luogo dagli angoli più disparati di questo globo terracqueo chiamato Terra. Chiunque di noi “fedeli” sia accorso a un concerto ha patito le lunghe ore di fila, le attese snervanti che rappresentano il preludio degli eventi che più importanti tutti noi ci siamo ritrovati miscredenti, stanchi e patiti pronti ad arrenderci, quasi rimpiangendo la sonnacchiosa e priva di stimoli vita di tutti i giorni, dove la mercificazione di ogni cosa, luogo o aspetto della vita ci anestetizza, privandoci della capacità di critica; eppure, nel momento in cui la band sale sul palco, tutto viene dimenticato: il cuore comincia a battere forte accordandosi con quello del suono della batteria e le vibrazioni della musica portano un vero assalto proditorio al nostro corpo, un assalto che accettiamo ben volentieri finché quell’energia repressa così a lungo non diventa più contenibile e, quasi all’unisono, le mani dei partecipanti si slanciano verso il cielo eruttando la felicità.

I wish I was the grounds
For fifty million hands upraised and open toward the sky (Pearl Jam, 1998)

E per il breve attimo di un concerto, ci si rende conto di essere presenti in questo mondo, di vivere e non soltanto di sopravvivere all’interno di un sistema capitalistico fatto apposta per stritolare.

Andare a un concerto è l’atto più sovversivamente politico che la nostra generazione possa compiere: seguire le proprie passioni a discapito delle paure che ci vengono imposte, vuol dire resistere a un sistema che ci vorrebbe tutti poliedrici, asserviti saltimbanchi sempre sul pezzo, sempre a lavoro. Vuol dire scoprire quanto sia importante vivere l’attimo presente abbandonandosi a un sano otium ovvero il tempo per ritemprare lo spirito, riflettere e apprendere tanto caro ai pensatori latini e greci e oggi così disprezzato dal consumismo che ci impone di essere soli e in costante competizione con il prossimo anche e soprattutto sottraendoci il tempo di fermarci a riflettere in questo mondo iper-connesso e iper-stimolante, dove la vita si vive su due binari paralleli: quello impalpabile della rete e quello reale, creando uno scollamento ideologico fra ciò che è giusto e sbagliato; andare a un concerto significa riscoprirci felici e uniti senza distinzioni di età, colore della pelle o altro. Vuol dire, anche per il solo momento di una canzone, la nostra preferita, essere liberi.

La musica esprime ciò che non può essere detto e su cui è impossibile rimanere in silenzio. (Victor Hugo, 1835)

Quando si parla di assistere a un evento del genere, è facile per chi non è all’interno del cerchio degli iniziati, credere che si tratti di un momento di mero intrattenimento, ma l’errore più grande che si possa commettere è quello di prefigurarsi l’arte come una semplice distrazione, un qualcosa di non indispensabile nella vita di tutti i giorni, mentre invece l’arte è inarrestabile corrente emotiva unita a un lungo, spesso faticoso e travagliato, percorso intellettuale; lo dimostra Antonio Sanchez, batterista di Pat Metheny, Chick Corea, Gary Burton e di altre star della musica, oltre che compositore della colonna sonora di Birdman, che oggi, con i suoi Migration, ha iniziato un percorso di musica militante volta a diffondere messaggi di inclusione apertamente contro le politiche verso il Sudamerica del presidente Trump e lo hanno dimostrato, come già detto le correnti artistico musicali degli anni Sessanta e Settanta che hanno guidato, instradato e sostenuto le rivolte sociali di quegli anni rendendole di fatto possibili.

Le potenti metafore contenute in alcune canzoni potrebbero aver influenzato molte più persone di quanto un approccio diretto avrebbe potuto fare. (James Pettifer)[3]

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Partecipare ai concerti è un momento unico, irripetibile per sentirsi parte di un qualcosa, per sentirsi uniti e aggregati da un’unica passione riscoprendosi ogni volta più vivi e interessati al mondo e dando per assodate le puntualizzazioni fino ad ora fatte e tenendo conto che per una maturazione dell’Io completa ha una rilevanza preponderante la dialettica interpresonale che guiderà il processo di costruzione identitaria: un processo di mediazione sociale, diviene allora impossibile non prendere in considerazione che genitori dovrebbero, tra gli impegni quotidiani come la scuola, i corsi di approfondimento, le lezioni private e lo sport, pensare di dedicare con costanza del tempo per portate i bambini ai concerti che risultano essere una perfetta cornice di senso per la formazione dell’Io, pregni di un significato inclusivo e partecipativo e dovrebbero divenire il metro di paragone perfetto per la socializzazione secondaria ove l’individuo sussume e confronta il proprio essere e quanto ha imparato negli atti sociali avvenuti nella costruzione di sé con le molteplici realtà che gli si presenteranno all’interno della vita: diviene così ancor più indispensabile partecipare fin dalla più tenera età ai concerti: essi forniranno uno specchio sociale virtuoso con il quale raffrontare, durante tutto il resto della vita, la quotidianità alienante del XXI secolo.

Bisogna partecipare a quanti più atti aggregativi possibili e quindi a quanti più festival e concerti possibili. Una ricerca scientifica della Goldsmith University, guidata dal professor Patrick Fagan ha dimostrato che il recarsi a vedere un concerto aumenta autostima ed empatia del 25% e che la stimolazione mentale ha un picco del 75% durante la visione della performance artistica; lo studio ha inoltre dimostrato che recarsi a un concerto due volte al mese rende il soggetto più produttivo, felice e appagato.

Prendersi il tempo per riscoprire sé stessi, per sentirsi vivi, è un dovere verso noi stessi per riappropriarci di stimoli e momenti di aggregazione e riflessione. Dobbiamo resistere al “male” di questa epoca, che è banale, mediocre e molto semplice, ma proprio per questo di troppo facile appeal.

Se i presupposti sono questi recarsi a un concerto rock e portando con noi coloro ai quali teniamo, diventa un imperativo categorico, non solo per vivere più felici e sani, ma anche per creare i presupposti per un vero cambiamento radicale che non partirà mai dalle sedi di potere ma dai potentissimi e decentrati luoghi di aggregazione sociale che sono i concerti rock.

Now we can sleep in the twilight

By the river bed

With a wide open country in our hearts

And these romantic dreams in our hands (Bruce Springsteen, 1984)

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[1] Breve Storia della Musica, 1963, Torino, Einaudi.

[2] Studiare la popular music, 2001, Milano, Saggi Universale Feltrinelli.

[3] Una parte della risposta di James Pettifer, professore ad Oxford, geopolitico e autore sul Times e il Wall Street Journal a una mia domanda sulla potenza della musica come veicolo di messaggi sociali.

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