Su Michael Jackson

Margo Jefferson

66thand2nd, 2019

Passiamo il tempo a discutere di come pensiamo, crediamo e sospettiamo che Michael tratti i bambini, ma non parliamo mai di come noi trattiamo le piccole star. Di come la nostra cultura abusi delle piccole star. E il fatto che la ricompensa per la celebrità di un bambino derivi proprio da tali maltrattamenti è il massimo della perfidia. Non dimentichiamo però che le piccole star sono innanzitutto performer. Malgrado i trionfi, faranno sempre in modo di esibire tutte le loro cicatrici. È il prezzo del biglietto d’ingresso. (p. 92)

Margo Jefferson nel saggio Su Michael Jackson si lascia andare al flusso di coscienza raccontandoci la vita di un uomo che ha travalicato ogni confine, cercando di dare una connotazione all’uomo dietro al mito o almeno di fare un po’ di luce nell’ombra. Lungi dal voler puntare il dito o discolpare l’imputato, il saggio percorre la storia degli show dei bambini afroamericani dagli inizi dell’Ottocento fino all’età odierna e cerca di camminare lungo le tappe di un percorso accidentato quale può essere stata la vita di Michael Jackson: dalle percosse subite da parte dei familiari ai presunti abusi sessuali, dal padre padrone alla madre pia e devota donna di casa, tanto amata da Jacko, ma che mai si è frapposta fra lui e il destino che era stato per lui scritto.  La Jefferson ci porta per mano lungo gli anni di apprendistato con la Motown, le amicizie con gli altri ragazzi prodigio, tutti con vite dure alle spalle, le dive da cui ha appreso e che ha ammirato, come Diana Ross, Elizabeth Taylor e Jackie Onassis, e ci fa capire come la costruzione dell’immagine di Michael, la costruzione-distruzione della sua vita e le forzature imposte, siano servite a renderlo campione di vendite, un innocuo e innocente ragazzino che poteva ispirare con le sue canzoni e i suoi gesti il languore di uomini e donne doppiamente più grandi di lui. Il premio Pulitzer, con franchezza ammette di essere stata vittima, insieme ai suoi coetanei, tutti facenti parte della rivoluzione culturale in atto in quegli anni, della stessa miopia sociale che non ha saputo – o voluto – cogliere ciò che stava succedendo.

Quanto alla sua vita, abbiamo sempre saputo quanto fosse affascinante e generoso. Adesso abbiamo anche imparato che era scaltro, egoista, in preda ai suoi stessi demoni. Sono cose che non si possono cancellare, né si può far finta che non esistano. Non ci resta che accettarle, che accogliere quel che suscitano in noi – sgomento, dolore, ira, compassione– e tentare di trasformarle in consapevolezza. (p. 19)

Assolutamente da leggere, e non per le ricostruzioni giornalistiche dei procedimenti penali, e nemmeno per la minuziosa ricostruzione della composizione familiare, ma perché è una pubblica denuncia all’ipocrisia indecorosa che è il male che più ci affligge: l’incapacità di capire, collegare, trasformare in pensiero e poi in ragionamento quello che osserviamo e viviamo. Tutti noi, Margo Jefferson stessa, abbiamo osannato il Re del Pop, ne abbiamo parlato, abbiamo guardato i suoi video e ascoltato le sue canzoni eppure nessuno di noi ha mai cercato di capire come la vita di Michael Jackson potesse essere al contempo una favola sia tragica che horror; questo saggio fa ragionare, fa stridere le corde della nostra psiche; e proprio nel momento in cui si comincia pensare che la Jefferson avrebbe potuto osare di più e che sia bloccata dalla sua conclamata e dichiarata passione per l’artista, ecco che arriva prepotentemente la consapevolezza: con sapienza ci sta preparando e trasportando nel mondo che vuole farci vedere, ci fornisce tutti gli strumenti necessari per vedere quello che il suo attento sguardo non vedeva prima ma che adesso mette a fuoco e ci conduce per mano in un mondo, quello di Jackson, che incanta e stordisce.

Viene subito da pensare che Michael Jackson non sia mai stato un bambino e che per questo abbia voluto replicare un’infanzia distorta da adulto; se questa affermazione può apparire semplicistica non deve fermare il pensiero che ci vede tutti ad applaudire gli enfant prodige senza pensare alle ripercussioni psichiche che questo può avere sulla costruzione del loro io interiore, quali distorsioni possono arrivare dal dover lavorare a stretto contatto con professionisti adulti e nel trasformare tutta la vita, le difficoltà e il sesso, in puro intrattenimento, lavorando per adulti, simulando emozioni adulte e seguendo un copione scritto per loro da adulti. Le relazioni con questi non sono facili: sono ambigue e ambivalenti in quanto colleghi, rivali e figure ammantate da un’aura di sacralità dovuta alla differenza di età che per un bambino non deve essere facile da penetrare.

Michael Jackson, Shirley Temple e Macaulay e così come loro tutte le piccole star hanno vissuto infanzie dure e spietate, al di fuori del contesto sociale idoneo, dove sono stati sia idoli che pedine da usare, fenomeni da baraccone da esibire, da blandire, e questo cosa comporta? Nel momento in cui i genitori, coloro che dovrebbero proteggerli e accompagnarli nella crescita, creano una realtà distorta in cui vivere sotto costante pressione, allenandosi a performare come adulti, sotto una cortina dove i familiari più stretti vivono di gloria riflessa in quanto incapaci di accettare una vita nell’anonimato, e sfruttano quelle che sono le doti naturali dei propri figli provando sia gioia che invidia.

Joseph e Katherine Jackson[…] Hanno anche creato un gruppo di adulti emotivamente dipendenti e con un ego disastrato. Anni di rivalità familiare e professionale sono stati soppressi sul palco e negati fuori dal palco.  (p. 56)

In un contesto così esplosivo, quale potenzialmente catastrofico mix di blandizie, capricci e coercizione imparano a usare i bambini prodigio? Sono domande che tutti avremmo dovuto porci e Margo Jefferson, con spietato spirito critico, ci mette di fronte alla realtà: Michael Jackson è vissuto in un mondo dove per i bambini della sua età era un essere mitologico, e agli esseri mitologici non è permesso di mischiarsi con i comuni mortali. Con i fan adulti il rapporto non poteva essere, in nessun modo, co-paritario. In questo modo diventa quasi impossibile autodeterminarsi oltre le regole autoimposte dal sistema esclusi e inclusi al tempo stesso fagocitati nel mondo solitario della bizzarria.

Poi arrivano la rabbia, il dolore, il cinismo e – la cosa più dura di tutte – il desiderio di una freschezza, di una giovinezza che per gran parte della vita sei stato troppo vecchio per assaporare davvero. (p. 89)

Partendo da qui è facile immaginare un uomo che, sorpassato il ruolo di superstar e divenuto mito, ha poi cercato di imporre le proprie regole al mondo, non solo autodeterminando il proprio destino; la Jefferson ci indica perfettamente il contesto culturale nel quale deve essere vista l’affermazione continuamente ambivalente sulle tendenze sessuali, con continui richiami alla cultura omossessuale, con le trasformazioni chirurgiche, con Neverland, con i riferimenti a una mascolinità ostentata nelle gestualità sul palco, avendo vissuto in un confine tra il reale e l’irreale non era impensabile aspettarsi, come è successo, che il re del pop si muovesse all’interno di un’aura per nulla realista, che rifiutasse le regole convenzionali e provasse a confutarle con la sola fiducia nei propri mezzi, non era possibile aspettarsi altro da chi, fin da bambino, era vissuto su di un palco, con le trasformazioni del viso, con la chirurgia plastica: Jackson ha probabilmente voluto spingersi fuori da qualsiasi contesto che non fosse il proprio ignorando le logiche razziali, culturali e di genere, trasformando se stesso in un esperimento fluido e in continuo divenire.

Le trasformazioni di Michael Jackson, come anche svelato dalla stessa Jefferson, devono essere inserite in un quadro più ampio, più grande anche in relazione alla cultura afroamericana che vede in alcuni segni di riconoscimento delle vere e proprie macchie d’ignominia o degli aspetti fisici di rispettabilità, sensualità e da ricercare: da una parte gli orgogliosi puristi non cercano l’edulcorazione della pelle e discriminano i colori più chiari dall’altra parte chi aspira, forse erroneamente, ad assomigliare ai bianchi cerca caratteristiche che addolciscano il colore della pelle, i lineamenti, la postura.

Poi, fissando me e mia sorella, che stavamo giocando o forse eravamo solo sedute sul pavimento, sì accigliò, punto il bastone verso di noi e disse “Queste bambine sono adulterate”. Mia madre obiettò (con veemenza), ma il danno era fatto. […] mia mamma sapeva esattamente cosa intendesse: noi, le sue figlie, e di conseguenza i nostri parenti più stretti, eravamo contaminati, non puri. (Toni Morrison)

Le accuse all’uomo sono presenti, per nulla velate, puntualizzate da un attento esame sociologico e psicologico della figura, ma l’aura di sacralità del personaggio costruito dai familiari, dai manager della Motown e riproposto e amplificato in seguito da Michael Jackson stesso, genera in noi, anche mentre leggiamo della vita caotica e auto-distruttiva, un desiderio ambivalente di repulsione e di attrazione che ci porta a voler imparare a ballare come lui, cantare come lui, raggiungere le vette che solo lui ha potuto raggiungere, perché non sarebbe intellettualmente onesto non riconoscere la grandezza dell’artista e nemmeno altrettanto onesto cercare di insabbiare le accuse che reiteratamente gli sono state mosse.

Ma chi è il doppio di Michael Jackson? È il sé di pelle scura che non vediamo più se non nelle foto e nei video d’annata? È un uomo buono o un predatore? Un protettore di bambini o un pedofilo? Un genio rovinato o una celebrità intrigante che prova a rimanere al centro dell’attenzione a qualunque costo? Un divo bambino che ha paura di invecchiare o uno psicotico/freak/perverso/sociopatico? E se «oppure» fosse un «e anche»? E se fosse tutte queste cose insieme? (p. 35)

Probabilmente la Jefferson ha una risposta a questa domanda, con la quale non posso concordare in pieno, che svela direttamente nell’introduzione aggiunta al testo dopo l’uscita del documentario scandalistico Leaving Neverland; di mio posso solo dire che negli anni si è scandagliata a fondo la vita di quest’uomo sempre sotto i riflettori, ogni notizia è stata ingigantita, le fake news all’ordine del giorno e l’attenzione da parte di fan, stampa e detrattori era ed è morbosa, bisogna riflettere su questo e cercare di indagare l’uomo dietro la maschera genderfluid, dietro il maestro del palcoscenico, dietro il performer e il libro di Margo Jefferson è un ottimo punto dal quale partire.

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