Steve Hacket & more

Pistoia Blues Festival

14/07/2018 – Pistoia

Pistoia è un piccolo gioiello di arte architettonica incastonato nella Toscana, ma questa settimana è anche una città di rock e blues. Si respira nell’aria, la città vibra al suono della musica e della brulicante umanità che un evento come il Pistoia Blues Festival richiama: un pubblico eterogeneo pronto a riversarsi in Piazza Duomo. E così, ancor prima che cali il sole, sul palco salgono i membri de La Fabbrica dell’Assoluto, una band romana, con il duro compito di scaldare un pubblico in attesa sotto al sole. Si presentano in tute da lavoro, come addetti alle catene di montaggio. Il cantante mostra i polsi incatenati da illusorie manette e poi inizia. Il loro è un rock colto, progressive, cantato in italiano e dai continui rimandi letterari. “1984: l’ultimo uomo d’Europa”, per esempio, è il titolo dell’album che presentano ed è un chiaro e annunciato richiamo al capolavoro Orwelliano. Suonano canzoni distopiche, dissonanti, che inneggiano all’apertura mentale e al potere proletario come “Bispensiero” o, con “L’occhio Del Teleschermo”, cantano dolenti di paranoiche rappresentazioni dell’uomo moderno e della sua perdità d’identità e privacy. In ultima analisi una realtà interessante da ascoltare e approfondire.  

 Le nubi scorrono, il tempo passa e sotto un cielo leggermente plumbeo salgono sul palco i Predarubia, band “di casa” in quanto formatisi a Lucca e con una nutrita schiera di fan presenti. Propongono un pop rock dalle sonorità catchy e dai ritornelli orecchiabili soprattutto per la loro propensione nell’usare la lingua inglese. Hanno un chitarrista davvero abile e non hanno paura di usarlo in canzoni come “RIP” o “One Day”; eppure è ” A Girl Named Hope” a raggiungere particolarmente il pubblico, forse per l’introduzione speciale del cantante che dichiara come sia di stampo autobiografico, forse, per il testo evocativo a metà tra amore e rimorso, tra la speranza e la consapevolezza che le promesse spesso, soprattutto quelle fatte a sè stessi, sono disattese e infrante. Non solo ritmi ballabili quindi, ma anche catartiche immersioni agrodolci nella vita di un uomo e un artista che con la sua verve sul palco ha divertito e mitigato l’attesa del pubblico.  

 Il sole comincia quindi a cedere il passo, ma il caldo rimane e tra il pubblico comincia a serpeggiare il germe dell’impazienza: vogliono Steve Hackett, eppure non è ancora giunta l’ora che l’artista principale si riveli, e così, a preparargli il terreno, arrivano i The Watch, band milanese dalla ormai ventennale esperienza. Suonano un rock particolarmente ispirato ai Genesis anni Settanta e perciò sono il perfetto punto di raccordo, degli apripista ideali che nel tempo hanno attirato importanti paragoni e l’attenzione dello stesso Hackett, che non solo ha speso parole al miele per la band, ma ha anche suonato con loro in  “The Hermit”, brano di “Seven”, l’ultimo album prodotto dai milanesi. Si presentano a questa serata con set acustico e hanno degli strumentisti di prim’ordine, come Giorgio Gabriel la cui acustica suona cristallina o Marco Fabbri che dietro le pelli non sbaglia mai il ritmo. La band suona abilmente ma non convince del tutto. 

 La notte è scesa, le luci sul palco si spengono e perfino le stelle vengono coperte da quel poco di nubi che ancora avanzano dal tardo pomeriggio, e così, senza clamori, perché un leone non ha bisogno di annunciare la propria presenza, sul palco si presenta Steve Hackett. Ma un leone sa anche quando ruggire, e Steve ruggisce con la voce, ancora potente e limpida, e con la chitarra. Incanta chiunque sia ad ascoltarlo e la folla rompe gli argini, si riversa in massa sotto il palco per poter anche solo per un attimo intercettare lo sguardo del proprio beniamino. Fin da subito, con “Please Don’t Touch”, Steve fa volare le dita sulla sua Gibson, mettendo in chiaro il divario che intercorre tra il saper semplicemente suonare uno strumento e il riuscire a piegarlo completamente alla propria volontà e al proprio estro creativo.  

 L’Inghilterra sarà anche stata eliminata dai Mondiali, ma la perfida Albione per una serata, tramite il suo alfiere, ha conquistato Pistoia e il suo cuore. Eppure, sarebbe ingiusto dire che il chitarrista sia l’unico protagonista della serata, perché ogni membro della sua band è stato parte fondamentale della magia che ha pervaso la notte toscana. Raramente si ha la possibilità di sentire un batterista del livello di Gary O’Toole, capace non solo di dettare il tempo, ma di scatenarsi con la potenza del rombo di un cannone rimanendo perfettamente controllato. Rob Townsend è una delle principali fonti del successo della serata suonando sax, flauto, ogni genere di strumento a fiato, le percussioni, e come controcanto, Jonas Reingold porta la propria energia vichinga al basso e alla seconda chitarra, mentre Roger King la propria sapienza alla tastiera, parte fondamentale di tanti dei brani suonati. Ultimo, ma non per importanza, Nad Sylvan, voce solista, frontman carismatico che sembra uscito dritto dalla penna di Leroux: un perfetto Fantasma dell’Opera evanescente ed estremamente teatrale, la cui voce incanta per tutta la serata, adattandosi alle varie timbriche e cambiando registro di volta in volta senza la minima sbavatura e soprattutto senza che la sua camica bianca, perfettamente inamidata e dalla foggia Settecentesca, faccia una grinza. 

 Steve Hackett si dimostra essere, oltre che gran chitarrista, armonicista e vocalist anche un arringatore della folla: gli piace essere in Italia, gli piace il calore del pubblico e non perde mai modo di farlo notare sia parlando in italiano sia sforzandosi d’introdurre con spiegazioni e aneddoti le sue esibizioni. La folla di rimando urla il suo amore, si alza spontaneamente in piedi ad inneggiarlo e molto spesso rimane così coinvolta dalla musica da cominciare a tenere il ritmo con il battito delle mani in modo naturale. Un solo cuore teso verso l’esibizione di un artista straordinario che ha ripercorso la propria carriera solista, e non solo, con canzoni straordinarie come “Everyday”, impreziosita da una chitarra monumentale, o “Behind the Smoke”, con la sua melodia a tre voci: flauto, basso e chitarra accompagnate da una batteria tonante; “In the Skeleton Gallery”, oltre a deliziarci con la voce e la onnipresente sei corde, Steve duetta con il sassofono di Rob con la sua armonica.  “When The Heart Rules The Mind”, splendida canzone d’amore, porta ogni coppia in Piazza Duomo ad abbracciarsi riscoprendo la propria tenerezza, eppure, sebbene siano splendide canzoni, il pubblico vuole sentire i vecchi capolavori dei Genesis e Steve li accontenta dedicandovi la metà finale della serata. Canzoni imprescindibili che hanno fatto la storia di un genere e imperniato le memorie di una generazione spandono la loro musica in libertà sui cieli della Toscana e colpiscono gentili gli ascoltatori: “One for the Vine”, “Musical Box”, “Inside Out” fanno urlare la folla, la scatenano; “Firth Of Fifth” con il suo connubio di tastiere, voce e chitarra la incanta, trascinandola di peso in un altro mondo e “Supper’s Ready” la accompagna verso la chiusura del concerto. Una suite lunghissima e onirica. Steve e la sua band cullano la folla, quasi per lenire il dispiacere reciproco dell’ormai prossima conclusione. 

 Finita la canzone è finita la serata, le luci si spengono e sembra arrivato il momento di tornare a casa, ma il pubblico carico di adrenalina, non riesce a capire, dopo l’ultimo terzetto di canzoni, se sogna o è desto, ma non ha nessuna voglia di scoprirlo e così rumoreggia. Chiama a gran voce Steve e la sua band, lo acclama fino al suo ritorno, scontato ma atteso, che regala un medley di “Myopia”/”Slogans”/”Los Endos”. Quando finalmente cala il sipario, la folla è soddisfatta e, tributato il giusto omaggio ad ogni membro del gruppo, è pronta per tornare a casa, con la testa ancora piena del perfetto e ricercato sound del virtuoso della sei corde che, pur impreziosendo ogni traccia con la propria tecnica, non si è mai dimostrato lezioso ma, invero, ha dato una lezione di stile.

Setlist

  • Please Dont’t Touch
  • Every Day
  • Behind the Smoke
  • El Niño
  • In the Skeleton Gallery
  • When the Heart Rules the Mind
  • Icarus Ascending
  • Shadow of the Hierophant
  • Dancing With the Moonlight
  • One for the Vine
  • Insiede Out
  • The Fountain of Salmacis
  • Firth of Fifth
  • The Musical Box
  • Supper’s Ready

Encore

  • Myopia/Slogans/Los Endos

questo articolo è precedentemente comparso su Spaziorock

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